Inchiesta Garante, Ranucci: “Attaccati alla poltrona per lo stipendio da 250mila euro”
di Giovanna VitaleSigfrido Ranucci
(ansa)«Ora tutti a chiedere le dimissioni, ma per me avrebbero dovuto lasciare diversi mesi fa, quando Report ha documentato molte delle accuse mosse oggi dalla procura di Roma», attacca Sigfrido Ranucci, volto della trasmissione d’inchiesta Rai che per primo ha scoperchiato il pentolone della Privacy. «Questi», dice, «continuano ad andare avanti come il pianista del Titanic perché non vogliono rinunciare a 250mila euro di stipendio e relativi benefit».
Con tutto il rispetto, Report non è un organo inquirente. L’inchiesta penale non è un salto in avanti?
«Certo. Conferma le spese pazze, i conflitti di interesse, i magheggi sulle sanzioni per favorire colossi come Meta o Ita. Tutti fatti che noi avevamo in gran parte raccontato».
Pesa anche la questione etica?
«È dirimente, noi l’abbiamo subito denunciato, per chi ricopre un incarico pubblico di tale rilievo: non c’è solo grande disinvoltura nell’uso di soldi pubblici, ma mancanza di terzietà e forti legami con la politica. Alla faccia dell’…
«Ora tutti a chiedere le dimissioni, ma per me avrebbero dovuto lasciare diversi mesi fa, quando Report ha documentato molte delle accuse mosse oggi dalla procura di Roma», attacca Sigfrido Ranucci, volto della trasmissione d’inchiesta Rai che per primo ha scoperchiato il pentolone della Privacy. «Questi», dice, «continuano ad andare avanti come il pianista del Titanic perché non vogliono rinunciare a 250mila euro di stipendio e relativi benefit».
Con tutto il rispetto, Report non è un organo inquirente. L’inchiesta penale non è un salto in avanti?
«Certo. Conferma le spese pazze, i conflitti di interesse, i magheggi sulle sanzioni per favorire colossi come Meta o Ita. Tutti fatti che noi avevamo in gran parte raccontato».
Pesa anche la questione etica?
«È dirimente, noi l’abbiamo subito denunciato, per chi ricopre un incarico pubblico di tale rilievo: non c’è solo grande disinvoltura nell’uso di soldi pubblici, ma mancanza di terzietà e forti legami con la politica. Alla faccia dell’autonomia prescritta dalla legge».
Cosa l’ha colpita di più?
«Intanto i 6mila euro di carne spesi da Stanzione che credo ci abbia sfamato tutta Salerno. E poi le manovre su Ita: la multa che la compagnia avrebbe dovuto pagare per l’uscita di dati non controllati si è trasformata in un buffetto, in cambio delle tessere “volare” assegnate all’intero collegio».
Che tipo di comportamenti sono?
«Il simbolo di un disfacimento. Hanno squalificato il nobile ufficio del Garante, utilizzandolo per interessi privati, politici, affaristici o di carriera. Sono gli stessi che a novembre, subito dopo le prime uscite di Report, hanno tentato di violare la privacy dei dipendenti per fare la caccia alle nostre fonti».
Si dice che la vostra sia stata una vendetta per la sanzione inflitta sul caso Sangiuliano. C’è del vero?
«È una bugia per screditarci. Noi sono due anni che lanciamo allarmi sul Garante. Ben prima della sanzione, avevamo chiesto conto delle spese, facendo un accesso agli atti che ci hanno negato. Sa con quale motivazione? Perché “voi state indagando su di noi”, ci hanno risposto. Il che è paradossale. Ora scopriamo la vera ragione: forse avevano qualcosa da nascondere. Ed è singolare che ci sia tutta una parte politica che resta in silenzio».
Non sarà perché la legge non consente alla politica di sfrattarli?
«Non è vero. Basterebbe che il ministero dell’Economia, che ogni anno versa all’Authority 50 milioni, chiudesse i rubinetti per impedire lo spreco di risorse pubbliche. Da quando ci sono loro, le sole spese di rappresentanza sono aumentate di 450mila euro l’anno».