SEUL – Dal quindicesimo piano dell’hotel Lotte la via dello shopping di Seul sembra preda di un’orda di formichine. I coreani entrano veloci in enormi negozi alla ricerca di creme di bellezza e feticci del K-Pop. Alle 18.30, orario del trentottesimo parallelo, Giorgia Meloni si presenta davanti a un microfono. Il volto mostra tensione. È in corso un’escalation tra Europa e Casa Bianca attorno ai ghiacci strategici della Groenlandia. Anche la delegazione italiana trasmette un’urgenza che monopolizza la missione. La stravolge. La premier ha appena sentito al telefono Donald Trump e il segretario generale della Nato Mark Rutte, a breve entrerà in contatto con i big europei. Forse per la prima volta in un anno, avanza una critica esplicita nei confronti del tycoon: «La previsione di un aumento di dazi nei confronti di quelle nazioni che hanno scelto di contribuire alla sicurezza della Groenlandia — dice — è un errore e non la condivido».
SEUL – Dal quindicesimo piano dell’hotel Lotte la via dello shopping di Seul sembra preda di un’orda di formichine. I coreani entrano veloci in enormi negozi alla ricerca di creme di bellezza e feticci del K-Pop. Alle 18.30, orario del trentottesimo parallelo, Giorgia Meloni si presenta davanti a un microfono. Il volto mostra tensione. È in corso un’escalation tra Europa e Casa Bianca attorno ai ghiacci strategici della Groenlandia. Anche la delegazione italiana trasmette un’urgenza che monopolizza la missione. La stravolge. La premier ha appena sentito al telefono Donald Trump e il segretario generale della Nato Mark Rutte, a breve entrerà in contatto con i big europei. Forse per la prima volta in un anno, avanza una critica esplicita nei confronti del tycoon: «La previsione di un aumento di dazi nei confronti di quelle nazioni che hanno scelto di contribuire alla sicurezza della Groenlandia — dice — è un errore e non la condivido».
Errore, dice Meloni. Parola che non piace al tycoon. Che le costa molto pronunciare. E che però ha necessità di mettere agli atti, evidentemente. Non può permettersi uno scontro aperto tra Washington e Bruxelles, sarebbe costretta a scegliere. Scenario pessimo, perché raderebbe al suolo una strategia che prevede di mostrarsi la più trumpiana degli europei, la più europea dei trumpiani. La leader teme una nuova battaglia a colpi di dazi tra le due sponde atlantiche. E dunque, allunga la mano verso gli europei, per non restare schiacciata dal sostegno a Trump. Ma subito dopo lima, seda, ridimensiona, «c’è stato un problema di comprensione e comunicazione sull’iniziativa degli europei». È un posizionamento pensato per candidarsi a ponte, mediatore. Sempre in equilibrio, come da un anno a questa parte.
Per riuscirci, ribadisce in pubblico quanto sostenuto anche con Trump. Quella esercitazione congiunta in Groenlandia a guida danese a cui hanno aderito tra gli altri Francia, Germania, Norvegia, Svezia e Regno Unito, è sostanzialmente un malinteso. Un fraintendimento capace di scatenare la reazione americana. La premier sa benissimo che non è così, che il segnale delle capitali europee era voluto e diretto agli americani (e infatti la Casa Bianca l’ha colto, reagendo). In ogni caso, Meloni ripete che quella mossa delle otto cancellerie non va letta in chiave «anti-americana». E che, di conseguenza, bisogna «riprendere il dialogo ed evitare un’escalation».
La linea italiana, sul punto militare, non cambia. Per inviare truppe in Groenlandia serve una soluzione condivisa tra Unione europea e Usa. Ed è imprescindibile che la missione sia dell’Alleanza atlantica. A una spedizione del genere Roma potrebbe aderire. «Continuo a insistere sul ruolo della Nato — dice — perché è la Nato il luogo nel quale noi dobbiamo cercare di organizzare insieme strumenti di deterrenza verso ingerenze che possono essere ostili». L’analisi non coincide del tutto con Parigi e Berlino, consapevoli che l’Alleanza atlantica non muova passo senza il via libera degli Stati Uniti. Ma la leader continua a sostenere che è questo l’unico compromesso praticabile.
Informa i cronisti di aver portato queste idee all’attenzione di Trump e al segretario generale della Nato Mark Rutte. «È positivo il fatto che l’Alleanza abbia cominciato a lavorarci». «A maggior ragione, credo che sia un errore oggi imporre nuove sanzioni». Le chiedono della reazione del Presidente degli Stati Uniti, la leader è guardinga: «Mi pare che fosse interessato ad ascoltare. Chiaramente gli attori che preoccupano sono altri — aggiunge, riferendosi implicitamente a Russia e Cina — Ma questo messaggio non mi è sembrato che fosse chiaro agli americani».
Quando in Corea cala il buio, Meloni sente al telefono altri leader europei. «In questa fase è molto importante parlarsi». Della Lega che brinda ai nuovi dazi americani contro gli otto Stati alleati, invece, ha poca voglia di parlare. L’imbarazzo di chi guida il governo è racchiuso in otto parole pronunciate strizzando gli occhi, prima di lasciare la sala: «Non c’è un problema politico con la Lega».
L’escalation tra Stati Uniti e Unione europea mette in ombra l’altra novità della giornata, vale a dire l’invito all’Italia a prendere parte al Board of Peace per Gaza. «Siamo stati invitati anche noi a farne parte. L’Italia può giocare un ruolo di primo piano». Fonti di governo spiegano che non è ancora il momento di decidere se pagare il miliardo di dollari — cifra impegnativa, per Roma — come “posta” di ingresso nell’organismo (c’è tempo un anno, si vedrà). L’attenzione, come detto, è però rivolta altrove. Ai ghiacci contesi della Groenlandia, all’equilibrio impossibile con Trump.