ROMA – Fosse per Giorgia Meloni, l’Italia siederebbe nel Board of peace per Gaza. Ma questo scenario, salvo sorprese, rischia di non realizzarsi. Lo ammette la stessa premier, a Porta a Porta: «Noi siamo aperti, disponibili e interessati». Il problema, spiega però la presidente del Consiglio, è che sembra esistere una «questione legale e regolamentare, soprattutto in rapporto all’articolo 11 della Costituzione». Quello cioè «per cui noi possiamo cedere pezzi della nostra sovranità in condizioni di parità tra gli Stati. E questo può essere incompatibile con alcuni articoli dello statuto» dell’organismo inventato da Donald Trump. Insomma, Roma potrebbe dire no al tycoon, complicando la relazione della premier con la Casa Bianca.
La frenata non è un caso. Nel…
ROMA – Fosse per Giorgia Meloni, l’Italia siederebbe nel Board of peace per Gaza. Ma questo scenario, salvo sorprese, rischia di non realizzarsi. Lo ammette la stessa premier, a Porta a Porta: «Noi siamo aperti, disponibili e interessati». Il problema, spiega però la presidente del Consiglio, è che sembra esistere una «questione legale e regolamentare, soprattutto in rapporto all’articolo 11 della Costituzione». Quello cioè «per cui noi possiamo cedere pezzi della nostra sovranità in condizioni di parità tra gli Stati. E questo può essere incompatibile con alcuni articoli dello statuto» dell’organismo inventato da Donald Trump. Insomma, Roma potrebbe dire no al tycoon, complicando la relazione della premier con la Casa Bianca.
La frenata non è un caso. Nel pomeriggio, le agenzie fanno sapere che Meloni e Sergio Mattarella sono entrati in contatto, rilevando «massima consonanza» di vedute sul tema del Board of Peace. Insomma, è il Colle a garantire copertura ai dubbi del governo sull’opzione di aderire alla proposta di Trump.
Per sostenere questa tesi, che politicamente ha un costo, la leader ha comunque bisogno di mostrarsi dialogante con l’alleato. E dunque, spiega Meloni, l’Italia sarebbe aperta al board perché potenzialmente capace di «giocare un ruolo unico nella realizzazione del piano di pace e nella costruzione della prospettiva dei due Stati». Inoltre, «non considererei una scelta intelligente quella di autoescludersi in un organismo che comunque è interessante». A gravare è però questo nodo legato alla Carta, non esattamente un dettaglio: «Esiste un problema costituzionale di compatibilità. Questo non ci consente di firmare sicuramente domani, ci serve più tempo e c’è un lavoro che va fatto, ma la mia posizione rimane di apertura». Resta il fatto, sottolinea, che «non credo che un board del genere e nessuno in generale possa sostituirsi alle Nazioni Unite», diventando una sorta di “Onu privata” del Presidente degli Stati Uniti.
Ma non basta. A pesare è anche la presenza nell’organismo di alcuni leader contestati da una fetta significativa della comunità internazionale, a partire da Vladimir Putin. Questo, però, non rappresenta un ostacolo, almeno secondo Meloni: «Devo segnalare che in qualsiasi organismo multilaterale ci si siede al tavolo con persone che sono distanti da noi. La Russia è nelle Nazioni Unite, nel Consiglio di sicurezza dell’Onu e nel G20. La questione si può valutare politicamente, ma non è niente di nuovo e niente di strano».
Non c’è solo il nodo di Gaza, ovviamente. Perché è anche il giorno in cui Trump fa sapere da Davos di aver sospeso l’imposizione di dazi ai Paesi europei che hanno partecipato alle esercitazioni congiunte con la Danimarca in Groenlandia. Quando registra Porta a Porta, però, l’annuncio del tycoon non è ancora arrivato. E così, la leader parla di un «errore» della Casa Bianca, pur dicendosi fiduciosa sulle reali intenzioni degli americani: «Non è realistico che gli Stati Uniti invadano militarmente quel territorio. Chiaramente tutti capiamo quali sarebbero le conseguenze di una scelta del genere». Preme comunque per una «soluzione» e continua a spingere per una missione sotto l’ombrello dell’Alleanza atlantica: «La Groenlandia è da considerarsi territorio di responsabilità della Nato. Gli Usa pongono una questione di sicurezza. Questo è un tema corretto che riguarda anche noi». Di fatto, ritiene che l’escalation abbia avuto luogo a causa di una «un’assenza di comunicazione che bisogna ripristinare», anche perché credo «non convenga a nessuno una divaricazione tra Europa e Stati Uniti: certamente non conviene all’Italia». A sera, Trump fa sapere di aver congelato le tariffe contro alcune capitali continentali. E Meloni esulta: «Accolgo con favore l’annuncio. Come l’Italia ha sempre sostenuto, è fondamentale continuare a favorire il dialogo tra Nazioni alleate».
Il quadro resta comunque incerto, perché appeso all’imprevedibilità di Trump. Ed è la stessa Meloni ad ammettere la difficoltà di muoversi in un contesto ricco di incognite. «Sapersi districare in un’epoca storica del genere per una ragazza della Garbatella che si ritrova a doversi assumere le responsabilità — dice — non è una cosa facile».