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Schlein: “Premier subalterna agli Usa, se dice solo sì indebolisce l’Unione europea”

Elly Schlein

 (ansa)

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Per la segretaria dem la premier “minimizza sui dazi e tace sulla Groenlandia, non può chinare sempre il capo. Per fortuna la Costituzione le impedisce di cedere sovranità”
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ROMA – È sempre più complicato, per Elly Schlein, spiegare ai colleghi socialisti — riuniti a Bruxelles per il consueto vertice di gruppo che precede i consigli europei — quali siano la linea e la risposta dell’Italia alle nuove emergenze che sta attraversando l’Europa, a partire dalle pretese Usa sulla Groenlandia. «Per un motivo molto semplice: Giorgia Meloni non ha né l’una né l’altra, il governo in politica estera ha tre posizioni diverse e lei ondeggia, coltivando un’unica idea fissa: dar sempre e comunque ragione al presidente Usa. Anche quando squaderna, a parole e con i fatti, il suo tragico disegno: disintegrare l’Unione europea», dice la segretaria del Pd congedandosi dagli amici del Pse.

Una «subalternità» che per Schlein è…

ROMA – È sempre più complicato, per Elly Schlein, spiegare ai colleghi socialisti — riuniti a Bruxelles per il consueto vertice di gruppo che precede i consigli europei — quali siano la linea e la risposta dell’Italia alle nuove emergenze che sta attraversando l’Europa, a partire dalle pretese Usa sulla Groenlandia. «Per un motivo molto semplice: Giorgia Meloni non ha né l’una né l’altra, il governo in politica estera ha tre posizioni diverse e lei ondeggia, coltivando un’unica idea fissa: dar sempre e comunque ragione al presidente Usa. Anche quando squaderna, a parole e con i fatti, il suo tragico disegno: disintegrare l’Unione europea», dice la segretaria del Pd congedandosi dagli amici del Pse.

Una «subalternità» che per Schlein è incompatibile con la guida di un grande Paese come il nostro. «Meloni ci porta fuori asse», attacca: «La sua strategia, ormai chiara a tutti, è aspettare le decisioni di Trump e adeguarsi. Malgrado si racconti come mediatrice, è stata finora solo spettatrice», attacca. «Invece noi vorremmo un’Italia che si metta alla testa del processo di rilancio dell’integrazione europea che per noi — ne abbiamo parlato tanto oggi — è una questione di sopravvivenza», riflette al termine del summit cui hanno preso parte, fra gli altri, il premier spagnolo Sanchez, il presidente del Consiglio europeo Costa e la vicepresidente della Commissione Ribeira. «Un incontro importante», racconta la leader dem, «in cui per la prima volta abbiamo affrontato il tema della riforma necessaria della Ue. Lo ha detto bene a Davos il canadese Carney: il mondo per come lo conoscevamo non tornerà. Perciò dobbiamo reagire, adattarci a una situazione nuova. Su questo abbiamo concordato tutti: o si cambia o rimaniamo schiacciati. Partendo dalla consapevolezza, comune a tutti i socialisti, che Trump è inaffidabile. Ieri è tornato indietro sui nuovi dazi, ma quelli di prima sono ancora là. E non si sa se ricambierà idea domani. L’unica cosa certa è che se ha fatto retromarcia è perché l’Europa ha battuto un colpo, minacciando l’uso del meccanismo anti-coercizione su cui FdI, per bocca del capogruppo Procaccini, aveva manifestato netta contrarietà».

Sa bene, Schlein, che sarà una lotta lunga e difficile. E che l’Italia, il suo Paese, si metterà di traverso. È forse questa l’amarezza più grande. «Con Sanchez ci siamo trovati d’accordo sul superamento dell’unanimità, di andare avanti con le cooperazioni rafforzate con chi ci sta. Peccato che Meloni abbia già dichiarato il suo no. Come pure sulla difesa comune: vuol dire puntare solo sul riarmo nazionale che si risolve nel comprare, guarda caso, più armi dagli Usa di Trump. Il quale, non scordiamolo mai, è un businessman, si muove sempre per fare affari, di preferenza i suoi. E anche sull’energia: se passiamo dalla dipendenza dal gas russo a quello liquido americano, l’Europa non sarà comunque autonoma e darà altre armi di ricatto a uno che sta utilizzando il ricatto come strumento di negoziazione».

È infinito l’elenco degli ostacoli disseminati da Meloni sulla via di un’Unione più coesa e forte. «Non ha mai fatto con noi la battaglia per gli investimenti comuni, chiesti anche dalle imprese italiane, per aumentare la competitività e arginare l’aggressività commerciale che ci circonda», ricorda ancora Schlein. Un macignoche vale «una sfida aperta» alla sua avversaria: «Si unisca alla nostra battaglia», esorta la segretaria del Pd. Serve all’Italia e a tutti i 27 per resistere alle pretese imperialiste di Mosca e agli scossoni di Washington.

Ma attenzione, ciò non significa voler tagliare i ponti con l’alleato storico, anzi. Schlein è chiara: «Nessuno intende rinunciare alla relazione transatlantica e nemmeno cercare l’escalation con gli Stati Uniti, ma se chini sempre il capo non stai facendo un buon servizio all’Europa». È questa la priorità, è lì che risiede il nostro interesse nazionale. La leader dem non ha dubbi: Meloni sta sbagliando su tutta la linea. «Guardate cosa ha fatto con il Board of peace», insiste. «Non è stata neanche capace di opporsi a una proposta inaccettabile, limitandosi a un imbarazzato “vorrei ma non posso”. Si è detta “aperta e interessata” spiegando però che “la nostra Costituzione pone dei problemi”. Il suo argomento è: purtroppo c’è la Costituzione. Noi invece diciamo per fortuna che c’è l’art.11 a impedirci di cedere sovranità se non ci sono condizioni di parità con gli altri Stati e se non si perseguono la pace e la giustizia. Anziché difendere le Nazioni unite e tutte le sedi multilaterali che l’Italia ha contribuito a fondare dopo il disastro delle guerre del ‘900, la nostra premier avalla la creazione di una Onu a pagamento», attacca l’inquilina del Nazareno. Per nulla stupita, tuttavia: «Meloni è la stessa che ha minimizzato i dazi di Trump, ha lavorato per togliere le tasse alle multinazionali americane, ha accettato di alzare le spese militari al 5% del Pil mentre taglia su sanità, scuola e casa». Senza dimenticare la timidezza sulla Groenlandia: «Il governo non è riuscito a pronunciare cinque semplici parole. E cioè che l’isola non è in vendita, è dei groenlandesi, e l’integrità territoriale di uno Stato europeo, la Danimarca, non si tocca». Ci penseranno i socialisti, al Consiglio europeo in corso, perché «lo ha spiegato bene Carney», conclude Schlein: «Per noi medie potenze, se non siamo seduti al tavolo, siamo nel menu. E chi non si oppone, aggiungo io, è complice».

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