Fabrizio Barca: “L’Europa soffre la sindrome del bullizzato, la cooperazione l’unica carta salvezza”
di Matteo MacorFabrizio Barca
«La nostalgia non è una strategia», e non lo è «neanche negoziare da soli», o lasciar «fare i bulli ai bulli». Fabrizio Barca cita il discorso di Mark Carney, il premier canadese che a Davos è diventato simbolo della discussione sul nuovo ordine mondiale, tra le voci più lucide emerse dallo smarrimento della comunità internazionale davanti alla nuova politica americana, e dice – è la convinzione – che «c’è ancora tempo per fare ognuno la propria parte».
La sua, in qualche modo, l’economista, ex ministro e oggi coordinatore del Forum Disuguaglianze e Diversità l’ha fatta (anche) inventandosi insieme a Luca Borzani “Democrazia alla prova”, una tre giorni di confronto sul tema con analisti da tutto il mondo al via oggi a Genova, a Palazzo Ducale. Un cartellone diffuso di dialoghi internazionali sullo stato di salute del pianeta, pensato – anticipa Barca – per «interrogarsi su premesse e specificità della dinamica autoritaria in atto ovunque, ma anche capire il che fare per invertire ques…
«La nostalgia non è una strategia», e non lo è «neanche negoziare da soli», o lasciar «fare i bulli ai bulli». Fabrizio Barca cita il discorso di Mark Carney, il premier canadese che a Davos è diventato simbolo della discussione sul nuovo ordine mondiale, tra le voci più lucide emerse dallo smarrimento della comunità internazionale davanti alla nuova politica americana, e dice – è la convinzione – che «c’è ancora tempo per fare ognuno la propria parte».
La sua, in qualche modo, l’economista, ex ministro e oggi coordinatore del Forum Disuguaglianze e Diversità l’ha fatta (anche) inventandosi insieme a Luca Borzani “Democrazia alla prova”, una tre giorni di confronto sul tema con analisti da tutto il mondo al via oggi a Genova, a Palazzo Ducale. Un cartellone diffuso di dialoghi internazionali sullo stato di salute del pianeta, pensato – anticipa Barca – per «interrogarsi su premesse e specificità della dinamica autoritaria in atto ovunque, ma anche capire il che fare per invertire questa rotta».
Guerre, politiche neocoloniali, la demolizione sistematica del diritto internazionale, il ritorno alla legge del più forte dopo l’era della cooperazione. È il momento più difficile, Barca, per l’assetto mondiale che abbiamo conosciuto fin qui?
«La democrazia non è mai data una volta per tutte, è per sua natura un sistema in continuo divenire che deve continuamente adattarsi al contesto. La crisi è parte del suo essere. Oggi il problema sono il mancato adattamento a quello che succede nel mondo, il consolidarsi della saldatura sempre più stretta tra neoliberismo e autoritarismo, il modo in cui lo sviluppo del digitale da occasione si sia trasformato in strumento di concentrazione di potere, tutto quello che mette in pericolo il nostro vivere insieme. Il tema reale, insomma, è un altro».
Ovvero?
«Se è chiaro a tutti che il mondo è malato, dovrebbe esserlo altrettanto il fatto che la malattia viene dal di dentro. Il proliferare degli autoritarismi, o la virata autocratica degli Stati Uniti di Donald Trump, avvengono perché le democrazie sono erose da dentro, perché gli autoritarismi ne consumano e mutano i dispositivi. Ecco perché ci sarebbe da rovesciare lo sguardo: non basta più riflettere solo sulle ragioni delle crisi della democrazia, serve anche trovare che fare».
Cosa sta corrodendo, da dentro, le democrazie?
«La democrazia è quella roba che dovrebbe darti uguaglianza, eliminare le subalternità e consentire alla tua voce di essere ascoltata. Se la gente in questo momento in giro per il mondo si sta rivolgendo a dei "Cesare", all’uomo forte, è perché sente che la democrazia non è più in grado di garantire queste cose. Né confronto e ascolto sui problemi delle persone, soprattutto per chi vive lontano dalle grandi città e i centri di potere. Né giustizia sociale. Né rappresentanza. Tutto quello che ha portato in questi anni al crollo della partecipazione, e alla sfiducia nel sistema che ha retto questi ultimi ottant’anni».
Tutto prevedibile, insomma. Ma giustifica anche un tale cambiamento della politica americana, con un “Cesare” come Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti?
«Gli Stati Uniti sono da tempo un gigante malato, economicamente, socialmente, democraticamente parlando. L’intera operazione sulla Groenlandia, del resto, lo dimostra chiaramente. L’assoluta incapacità di Trump di affrontare i problemi degli americani lo porta a alzare le barriere per dare l’idea di difendere chi sta dentro e guardare e far guardare chi sta fuori, all’esterno della nazione. Comprensibile, e in fondo dichiarato. Il problema, piuttosto, sono le risposte, le reazioni che sono mancate dall’Europa e dal resto del mondo».
Quali?
«In Europa siamo stati incapaci di dire quello che andava detto con forza, che non abbiamo paura dei bulli. E invece i paesi europei sembrano avere la sindrome del bullizzato: ascoltando Trump, si capisce perfettamente quello che vuole, e vuole dire. Dall’altra parte no. Anche per questo, diventa più fragile il concetto stesso di democrazia. È ovvio, che la ricetta di un autoritarismo sarà sempre più facile, semplice, concreta, comprensibile».
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È un tema di solidità politica, di capacità, di logiche del mercato, o cosa altro?
«Di qualità della classe politica, in parte, ma anche di mancanza di coraggio. Quello che è mancato per la costituzione di un’agenzia europea pubblica della ricerca sulla sanità, ad esempio, quando se n’è parlato a Bruxelles dopo la pandemia. O quello che sta mancando sull’investimento sulla cooperazione che servirebbe in un momento in cui gli Stati Uniti si buttano su un iper nazionalismo, lo stesso fanno Turchia, Russia, Israele, e noi dovremmo rilanciare sull’unica carta possibile: cooperazione e politica comune».
Ha ragione Mark Carney, “Se non siedi al tavolo sei nel menu”?
«Il suo è un raro esempio di leadership, a Davos ha centrato il punto: bisogna iniziare a indagare oltre il funzionamento interno delle democrazie, guardare alla loro relazione. Il suo messaggio è importante perché non porta né a una grottesca nostalgia del passato, né l'appeasement di Chamberlain, né il nichilismo della geopolitica eretta a scienza: non si può pretendere che esista un sistema di cooperazione internazionale, senza costruire una rete di alleanze a geometria variabile basata su temi, valori, interessi comuni».
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E l’Italia, in tutto questo, come sta?
«La dinamica autoritaria di corrosione della tenuta democratica delle istituzioni è una tendenza che coinvolge tutto il mondo, Italia compresa, e con tratti comuni ai più: una progressiva incapacità decisionale della politica, l’indebolimento del ruolo della magistratura, la diffusione dell’uso di un linguaggio violento o di carattere bellico da parte chi ha il potere, il restringimento degli spazi della democrazia, lo scoraggiamento sistematico dei movimenti giovanili. Gli agenti corrosivi sono tanti, e molto vivi».
Chi parla di emergenza democratica, allora, fa bene.
«No, anzi. Parlare di emergenza rischia di diventare dannoso. Perché il grado di corrosione della democrazia, nonostante i segnali ci siano tutti, nel nostro Paese è di molto inferiore a tanti altri. E non solo Ungheria, Polonia e Turchia, anche la Germania dove prendono campo partiti neonazisti o la Francia dove il governo non rappresenta più il voto dei francesi, e ovviamente gli Stati Uniti».
Si può sempre peggiorare, insomma, ma ci sono anticorpi più solidi. È così?
«Ci sono fattori determinanti per cui l’Italia sarà sempre avvantaggiata rispetto agli Stati Uniti, e la nostra democrazia più resiliente al deterioramento. C’è un motivo, se un’agenzia federale come l’Ice può essere usata nel modo violento a cui stiamo assistendo dall'altra parte dell'oceano e non in Italia: i pubblici impiegati in Italia sono fedeli alla nazione, negli Usa al presidente. C’è scritto nella Costituzione: quella americana non è più adatta a questo secolo, la nostra è moderna, ed efficace, e anche per questo vediamo di difenderla».