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Meloni, il patto con Merz: “Sì al board se cambia”. E vuole il Nobel per Trump

(ansa)

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Cancelliere tedesco a Roma, siglati accordi commerciali e governativi. La premier: “Ho chiesto modifiche alla configurazione del comitato”
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Forse il 2026 sarà l’anno di Italia e Germania, come fa intendere Giorgia Meloni accanto a Friedrich Merz. Di sicuro sarà un altro, funambolico anno di Donald Trump. E così lo spettro, le minacce, le mosse spericolate del presidente Usa sono l’elefante nella stanza sotto gli stucchi di villa Pamphili, dove la premier italiana e il cancelliere tedesco siglano una batteria di accordi governativi e commerciali, proposte sulla competitività, sinergie nel comparto della difesa. Il senso della cerimonia a Roma è molto politico, due torri che si muovono nello scacchiere dell’Unione. C’è sintonia su tante materie, il messaggio che fa trapelare Chigi. Pure nella complessa gestione del rapporto con il tycoon, anche se davanti a microfoni e taccuini emergono approcci non proprio simmetrici. Anzi. Meloni, infastidita dalla domanda sul Nobel a Trump, alla fine si auto-candida a candidarlo al premio: «Confido che Trump possa fare la differenza anche sulla pace giusta per l’Ucraina, e finalmente anc…

Forse il 2026 sarà l’anno di Italia e Germania, come fa intendere Giorgia Meloni accanto a Friedrich Merz. Di sicuro sarà un altro, funambolico anno di Donald Trump. E così lo spettro, le minacce, le mosse spericolate del presidente Usa sono l’elefante nella stanza sotto gli stucchi di villa Pamphili, dove la premier italiana e il cancelliere tedesco siglano una batteria di accordi governativi e commerciali, proposte sulla competitività, sinergie nel comparto della difesa. Il senso della cerimonia a Roma è molto politico, due torri che si muovono nello scacchiere dell’Unione. C’è sintonia su tante materie, il messaggio che fa trapelare Chigi. Pure nella complessa gestione del rapporto con il tycoon, anche se davanti a microfoni e taccuini emergono approcci non proprio simmetrici. Anzi. Meloni, infastidita dalla domanda sul Nobel a Trump, alla fine si auto-candida a candidarlo al premio: «Confido che Trump possa fare la differenza anche sulla pace giusta per l’Ucraina, e finalmente anche noi potremo candidarlo al Nobel». L’irritazione però nasce da un altro quesito, sulla sanità mentale dell’inquilino della Casa bianca. «Non mi pare un modo serio per affrontare la politica internazionale», replica tediata la premier. Ricordando poi che «gli stessi discorsi li ho sentiti su Biden», senza dire però che era proprio Trump a farli, «e addirittura su di me quando mi sono dovuta assentare. Ci interfacciamo con i leader eletti, è la democrazia». Merz su questo la sostiene: «Non avrei potuto rispondere meglio». Per Meloni sarebbe «infantile» anche un’altra domanda, quando le chiedono se stia rimpiazzando Macron nell’asse con il cancelliere. Stoccate ai giornalisti, anche se nel protocollo firmato con il tedesco si parla pure della libertà dei media.

Il Nobel non è l’unico angolo da smussare con Washington. Sul Board of peace, Italia e Germania restano fuori, ma senza chiudere del tutto. Il nostro Paese ha «oggettivi problemi costituzionali» ad aderire all’organismo trumpiano, dice Meloni. Raccontando di avere «chiesto» al tycoon «la disponibilità a riaprire la configurazione» del board. Anche se un dossier riservato di FdI sostiene che il governo italiano non abbia ancora letto lo statuto del board, Meloni chiede di cambiarlo per entrare. Le opposizioni invece la vogliono in Parlamento a riferire. La leader Pd, Elly Schlein, si chiede se abbia promesso a Trump di cambiare la Costituzione. Il problema, spiegano fonti italiane, sarebbe l’articolo 9 dello statuto del board, che affida al presidente Usa il compito di «agire per conto» del panel. Senza contare che sceglie e rimuove i membri, designa il suo successore e ha fissato a un miliardo di dollari il costo di «membership». Comunque la posizione italiana resta «di apertura», per Meloni. Merz spiega che sarebbe «disposto a entrarci se accompagnasse il processo su Gaza anche in una seconda fase, ma l’attuale governance non possiamo accettarla».

Sulle minacce americane di dazi i toni appaiono diversi. «Ci difenderemo con tutti gli strumenti possibili», avvisa il cancelliere. Per Meloni invece «la cooperazione con gli Usa resta salda, sulla Groenlandia pongono una questione strategica».

Il faccia a faccia a Roma serve comunque a narrare che «Italia e Germania sono più vicine che mai», come dichiara Merz accanto a Meloni. Una «nuova stagione». Politico li ha ribattezzati «la nuova coppia del potere Ue». Che chiede di muoversi in modo «pragmatico e non istintivo» nelle relazione con gli Usa, e che a Bruxelles preme per il rafforzamento della competitività, con «una nuova mentalità di autocontrollo legislativo» che eviti «inutili oneri amministrativi». Per Meloni, l’Ue deve scegliere «se essere protagonista del proprio destino o subirlo». E, «dispiaciuta» per la sferzata di Volodymyr Zelensky, rivendica di essere stata «la prima» a dire che l’Europa «si deve svegliare».

Nel complesso, vengono firmati sette intese e due accordi quadro: un patto di cooperazione rafforzata in materia di difesa, l’adesione dell’Italia all’accordo multilaterale (con Francia, Germania, Spagna e Regno Unito) sui controlli all’export di armamenti, un rafforzamento del dialogo «2+2» tra Esteri e Difesa, una maggiore integrazione industriale pure sul lato cyber. Sul versante migranti, i tedeschi faranno da sponda a progetti in Africa modello piano Mattei. Le intese riguardano anche cultura, start up, persino le alghe. Il clou è il “non paper” sulla competitività che i due presenteranno a Bruxelles il 12 febbraio, contando di replicare i «risultati ottenuti insieme sul nuovo pacchetto automotive», sottolineati dalla presidente del Consiglio, arcinemica della «visione ideologica green». Le proposte di Draghi e Letta, per Merz, «non devono finire negli armadi».

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