In una notte dello scorso dicembre, Friedrich Merz giurò che avrebbe fatto pentire Emmanuel Macron del voltafaccia sugli asset russi. «Il presidente francese ha tradito il Cancelliere — scrisse l’indomani FT — e sa che dovrà pagare un prezzo». Sotto nuvoloni grigi e umidi che avvolgono Roma, Giorgia Meloni coglie l’opportunità. Duetta con il tedesco. Nega che sia un accordo anti-Eliseo. E però, è evidente il segnale politico che lancia in Europa. Merz ovviamente ricucirà presto con Parigi (Macron pare si stia già muovendo per organizzare un evento franco-tedesco). Resta il fatto che la presidente del Consiglio batte un colpo dopo giorni di imbarazzi generati dal rapporto con l’incontenibile Donald Trump.
Trump, appunto: anche a villa Doria Pamphili l’ombra dell’americano torna in ogni ragionamento tra leader, in quasi tutti i colloqui tra ministri. Non bisogna commettere un errore, però: sul tycoon, Meloni e Merz hanno opinioni non del tutto coincidenti. Nei contatti informali a margi…
In una notte dello scorso dicembre, Friedrich Merz giurò che avrebbe fatto pentire Emmanuel Macron del voltafaccia sugli asset russi. «Il presidente francese ha tradito il Cancelliere — scrisse l’indomani FT — e sa che dovrà pagare un prezzo». Sotto nuvoloni grigi e umidi che avvolgono Roma, Giorgia Meloni coglie l’opportunità. Duetta con il tedesco. Nega che sia un accordo anti-Eliseo. E però, è evidente il segnale politico che lancia in Europa. Merz ovviamente ricucirà presto con Parigi (Macron pare si stia già muovendo per organizzare un evento franco-tedesco). Resta il fatto che la presidente del Consiglio batte un colpo dopo giorni di imbarazzi generati dal rapporto con l’incontenibile Donald Trump.
Trump, appunto: anche a villa Doria Pamphili l’ombra dell’americano torna in ogni ragionamento tra leader, in quasi tutti i colloqui tra ministri. Non bisogna commettere un errore, però: sul tycoon, Meloni e Merz hanno opinioni non del tutto coincidenti. Nei contatti informali a margine del summit, il Cancelliere e la sua squadra consegnano infatti agli alleati italiani un messaggio che si può sintetizzare così, almeno secondo quanto riferiscono fonti concordanti: il passaggio delle elezioni di medio termine di novembre negli Stati Uniti dovrebbe risultare decisivo e mutare il quadro, bisogna resistere fino ad allora. Insomma, nulla è eterno, neanche lo strapotere trumpiano.
Non è l’approccio di Meloni, poco incline a questo tipo di scommesse. La presidente del Consiglio ritiene che occorra pragmaticamente fare i conti con l’attualità, senza lanciarsi in previsioni azzardate. L’ha detto anche l’altro ieri sera, durante il Consiglio straordinario a Bruxelles, invitando i colleghi alla massima prudenza. Sul fronte opposto, Macron si è mosso da falco al tavolo continentale. Merz, anche in quella sede, ha scelto di posizionarsi nel mezzo, alternando critiche a qualche apertura.
Dal podio di villa Pamphili, la leader sceglie di ribadire i segnali di apertura alla Casa Bianca. Lo fa sul Board di Gaza, sui dazi, sulla Groenlandia, sul Nobel al presidente americano. Con toni più concilianti di quelli di Merz. Per dire: l’italiana ricorda che i due Paesi hanno basi americane nei rispettivi Paesi, ragione in più per preservare l’alleanza. Soltanto cinque giorni fa, invece, Berlino ha lasciato trapelare di aver valutato l’opzione di un aumento dell’affitto degli avamposti militari Usa sul proprio territorio.
È una strategia obbligata, per Meloni, che ha investito l’ultimo anno in politiche di assoluto appeasement con la Casa Bianca. Non è detto che paghi, sul fronte del consenso, almeno a guardare quanto nel frattempo accade a Parigi: con gli attacchi al «bullo» Trump, il presidente francese ha coagulato il consenso di maggioranza e opposizione. E interpretato un’ostilità crescente verso le minacce Usa nei confronti dell’Europa, che potrebbero essere registrate anche nei prossimi sondaggi.
Poi, certo, esiste un terreno in cui Meloni e Merz sono allineati come forse mai fino ad ora, mettendo a frutto una relazione nata anche grazie al lavoro diplomatico di Antonio Tajani, che li fece incontrare riservatamente quando Olaf Scholz era ancora in carica. Sintonia sull’automotive e, più in generale, sulla competitività. Fastidio per le politiche ambientaliste («le follie green», come le bolla l’ultrameloniano Carlo Fidanza). Nasce così il documento congiunto italo-tedesco da presentare al summit europeo del prossimo 12 febbraio. Un progetto che in realtà affonda le radici nella lettera a tre sull’automotive — svelata nei mesi scorsi da Repubblica — che Berlino, Roma e Parigi avevano scritto e hanno poi preferito riporre nel cassetto a causa della posizione francese sulla neutralità climatica. Senza dimenticare la prospettiva di una più stretta collaborazione sui singoli dossier, a scapito del Pse. Uno scenario che interessa ovviamente ai conservatori di Meloni. Ma che Merz fatica a poter assicurare, vista la pressione sui popolari tedeschi, che in patria governano con i socialisti. Segnali politici tra i due leader, dunque. Assai più difficilmente, alleanze strutturali.