ROMA – Ignazio La Russa è stato il ministro della Difesa del governo Berlusconi dal 2008 al 2011. «Purtroppo — esordisce il presidente del Senato — sono stato a via XX Settembre proprio nel periodo di maggiore recrudescenza delle attività terroristiche e quindi del maggior numero di morti».
Era stato lei a decidere un aumento del contingente italiano?
«Il Parlamento e il governo avevano stabilito di aumentare il contingente, sì. E comunque sulle mie spalle sono passate più di trenta bare di soldati, che sono andato uno a uno a prendere agli aeroporti quando tornavano. È stato un peso non indifferente, le devo dire, la cosa più dolorosa di tutto il periodo in cui ho fatto il ministro della Difesa».
Trump ha sostenuto che i soldati alleati stavano al riparo nelle retrovie. Come sono andate le cose?
«Non ho letto bene quello che ha detto Trump. Posso solo dire, a prescindere da quello che ha detto il presidente degli Stati Uniti, che conosco bene il modo con cui i nostri soldati si …
ROMA – Ignazio La Russa è stato il ministro della Difesa del governo Berlusconi dal 2008 al 2011. «Purtroppo — esordisce il presidente del Senato — sono stato a via XX Settembre proprio nel periodo di maggiore recrudescenza delle attività terroristiche e quindi del maggior numero di morti».
Era stato lei a decidere un aumento del contingente italiano?
«Il Parlamento e il governo avevano stabilito di aumentare il contingente, sì. E comunque sulle mie spalle sono passate più di trenta bare di soldati, che sono andato uno a uno a prendere agli aeroporti quando tornavano. È stato un peso non indifferente, le devo dire, la cosa più dolorosa di tutto il periodo in cui ho fatto il ministro della Difesa».
Trump ha sostenuto che i soldati alleati stavano al riparo nelle retrovie. Come sono andate le cose?
«Non ho letto bene quello che ha detto Trump. Posso solo dire, a prescindere da quello che ha detto il presidente degli Stati Uniti, che conosco bene il modo con cui i nostri soldati si sono impegnati in Afghanistan».
Cosa facevano? In che condizioni operavano?
«Le faccio un esempio. Una volta andai a trovare il contingente in un avamposto a Bala Murghab, piccolissimo e circondato da alture. C’era un gabbiotto di cemento armato dove dovevano infilarsi, perché dalle montagne continuavano a piovere razzi: quel gabbiotto era l’unico posto sicuro finché non cessava l’allarme. Era talmente pericoloso che stavano lì solo 2 o 3 settimane e poi ruotavano».
Avevano paura?
«Se l’avevano non lo davano a vedere. Ma la prima volta che andai a Farah, un altro avamposto pericoloso, chiesi ai comandanti di lasciarmi solo coi soldati e chiesi loro: come vi posso essere d’aiuto? Di cosa avete bisogno? Mi aspettavo chiedessero qualche giorno di licenza, cibo migliore, cose così. Invece mi dissero: abbiamo una sola richiesta, vogliamo più elicotteri per svolgere meglio il nostro lavoro».
Invece Trump li fa passare per altro…
«Il concetto che sta dietro quelle parole, per come l’abbiamo interpretato, è che erano degli imboscati. Invece il loro desiderio era di fare persino di più di quello che veniva loro richiesto».
Il rapporto con i reparti Usa com’era?
«I nostri lavoravano in stretta sinergia con gli americani, tutto quello che hanno fatto loro lo abbiamo fatto noi. E i comandanti americani mi hanno sempre fatto i complimenti per come si impegnavano».
Quindi erano anche missioni di combattimento, non di retrovia.
«I nostri la consideravano una missione contro il terrorismo e quindi di pace. Anche se mi torna in mente un particolare…».
Quale?
«Io sono arrivato dopo un ottimo ministro della Difesa, Arturo Parisi, che però faceva parte di un governo di sinistra, che di fatto aveva dipinto la nostra missione come una gita di boy-scout che distribuivano acqua minerale ai bambini».
Invece sparavano…
«Io cercai sin dall’inizio di offrire un contributo di verità, spiegando quello che veramente facevano. Perché era una missione militare, non voglio dire di guerra perché sarebbe sbagliato, ma una missione che comportava l’uso della forza in continuazione, sia pure in funzione difensiva, per debellare il pericolo in un contesto difficilissimo. E loro non si sono mai tirati indietro, mai, da nessuna missione».
Gli Usa all’epoca lo riconoscevano?
«Sì e la riprova di quello che ti dico, obiettiva, viene da una fonte americana, rivelata da Wikileaks. In un cablo riservato, indirizzato al segretario alla Difesa, si legge che “la missione ISAF rimane una priorità italiana di massimo livello”».
E quindi cosa ne ricava da tutto questo?
«Che è un’enorme bugia che qualcuno possa solo immaginare che gli italiani rimasero lontano dal fronte».
Nel comunicato con cui Giorgia Meloni critica Trump c’è scritto che la condizione fondamentale per garantire la solidarietà alla base della Nato è il rispetto tra alleati. A questo punto l’articolo 5 traballa?
«Sono d’accordo con lei, ma naturalmente quella di Giorgia è un’ipotesi di scuola, fatta proprio per pretendere il rispetto, non per mettere in discussione la Nato».
Prima la presa di distanza sulla Groenlandia, ora questa sull’Afghanistan. Anche Meloni si sta allontanando da Trump?
«No, Trump è il presidente eletto e siamo convinti dell’indissolubilità dell’alleanza. Io credo che Giorgia stia facendo un’operazione di equilibrio che solo i grandi statisti riescono a compiere, quella di non fare un passo indietro quando bisogna mettere dei punti fermi — come sull’Afghanistan — e nello stesso tempo essere sempre un ponte tra l’Europa e gli Stati Uniti di Trump, o di chiunque altro».