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Referendum, schiaffo ai fuorisede: la destra boccia il voto per chi vive lontano da casa

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Respinti in commissione Affari costituzionali alla Camera gli emendamenti delle opposizioni. “Combattiamo insieme l’astensionismo” ma l’appello di Schlein a Meloni resta in ascoltato
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Il centrodestra dice no: i cinque milioni di italiani che vivono o lavorano lontani dal proprio luogo di residenza non potranno votare al referendum costituzionale sulla giustizia. A meno di non sobbarcarsi un lungo viaggio, e relative spese, per rientrare a casa e tornare indietro. Con un di più che sa di beffa: tale facoltà, sotto forma di sperimentazione, era stata accordata sia alle Europee del 2024, sia alla consultazione popolare su lavoro e cittadinanza tenuta nel giugno scorso. Stavolta invece, probabilmente sull’onda di sondaggi che restituiscono un esito molto incerto, la maggioranza ha cambiato idea e bocciato in commissione Affari costituzionali gli emendamenti al dl elezioni presentati dalle opposizioni. Che protestano: “È uno schiaffo ai fuorisede”.

“Questioni tecniche”, ha decretato il governo, dando parere negativo alla proposta del centrosinistra che voleva riconoscere il diritto di voto agli "elettori che per motivi di studio, lavoro o cure mediche sono temporaneamen…

Il centrodestra dice no: i cinque milioni di italiani che vivono o lavorano lontani dal proprio luogo di residenza non potranno votare al referendum costituzionale sulla giustizia. A meno di non sobbarcarsi un lungo viaggio, e relative spese, per rientrare a casa e tornare indietro. Con un di più che sa di beffa: tale facoltà, sotto forma di sperimentazione, era stata accordata sia alle Europee del 2024, sia alla consultazione popolare su lavoro e cittadinanza tenuta nel giugno scorso. Stavolta invece, probabilmente sull’onda di sondaggi che restituiscono un esito molto incerto, la maggioranza ha cambiato idea e bocciato in commissione Affari costituzionali gli emendamenti al dl elezioni presentati dalle opposizioni. Che protestano: “È uno schiaffo ai fuorisede”.

“Questioni tecniche”, ha decretato il governo, dando parere negativo alla proposta del centrosinistra che voleva riconoscere il diritto di voto agli "elettori che per motivi di studio, lavoro o cure mediche sono temporaneamente domiciliati in un comune situato in una provincia diversa da quella in cui si trova il comune nelle cui liste elettorali sono iscritti". Sconfortante il risultato: “Voto dove vivo” - lo slogan coniato dal Comitato di universitari che aveva chiesto la norma, poi depositata dal Pd e trasformata dall’esecutivo in una legge delega avviata su un binario morto - in Italia resta un miraggio.

Al mattino era stata Elly Schlein a lanciare un appello a Giorgia Meloni e alla sua coalizione per approvare insieme gli emendamenti firmati dai progressisti. "Non c'è una sola ragione al mondo per impedire il voto a 5 milioni di persone”, la riflessione della segretaria del Pd. “Alle scorse europee la maggioranza aveva approvato una sperimentazione che riguardava solo gli studenti, poi agli ultimi referendum l'hanno allargata anche ai lavoratori. Non c'è motivo per tornare indietro". In ballo, dice chiaro la leader dem, c’è la qualità della democrazia: “Siamo un paese che ha visto l'astensionismo schizzare oltre il 50%. Essere fuori sede non può essere una colpa, spesso anzi è una scelta obbligata. La partecipazione dovrebbe essere un tema che interessa tutte le forze politiche. Mi auguro che sia sentito anche a destra”. E invece no. A meno di un ripensamento dell’assemblea della Camera, dove il dl elezioni approderà il 2 febbraio.

Uno stop deciso ufficialmente per “una questione tecnica” legata al poco tempo a disposizione, spiega la sottosegretaria all’Interno Wanda Ferro: “I Comuni non riuscirebbero ad espletare" tutte le procedure necessarie entro il 22-23 marzo, data del referendum, "considerato il termine dei 14 giorni entro cui gli elettori devono iscriversi nelle liste speciali, previsto dall’emendamento. Non c'è nessuna volontà di penalizzare i fuorisede". Tanto più che, aggiunge la vice del ministro Piantedosi, i numeri non tornano: “Alla prima sperimentazione hanno aderito 21mila cittadini, alla seconda 60mila. Questo significa che c'è un divario, perché all'Europee abbiamo aperto anche ai lavoratori. Ovviamente continueremo su questa strada, ma con i giusti tempi per dare la possibilità di attrezzarsi ai tanti comuni italiani che al momento non sarebbero in grado di garantire le procedure richieste”.

Ma le opposizioni non intendono arrendersi. "Temo che l'unica vera ragione della bocciatura sia il fatto che questo sulla giustizia è un referendum confermativo, senza quorum", lancia un sospetto Marianna Madia, ex ministra del Pd e “madrina” della legge sui fuorisede. “Una scelta che rende evidente come la destra abbia paura della democrazia e dei diritti, è uno schiaffo a tutti quei milioni di italiani che lavorano e studiano fuori dalla regione di residenza", tuona Riccardo Magi di +Europa: "L'emendamento ricalcava esattamente quanto il governo aveva attuato per i referendum del giugno scorso. Per questo è incomprensibile il no della maggioranza. Peraltro adducendo il fatto che non ci sono tempi tecnici: e allora perché avevano escluso il voto fuorisede già quando hanno scritto il decreto? Una follia antidemocratica, nonché l'ennesima contraddizione di questa destra". Che “ha perso un’altra occasione”, rincara la renziana Maria Elena Boschi: "Hanno dimostrato non solo di essere fuori dal tempo, ma di non avere a cuore la partecipazione democratica, soprattutto dei più giovani. Che è un diritto, non un privilegio geografico". Durissimo Filiberto Zaratti di Avs: “Dicono che non c'è tempo per organizzare le votazioni, ma è il Viminale che non si è mosso per tempo con un opportuno decreto. La verità è che hanno paura”. Lo dice pure il senatore del Pd Marco Meloni: “Il governo ha respinto i nostri emendamenti sostenendo che l'ultima sperimentazione ha coinvolto "solo" 60mila cittadini. È una motivazione che dice molto più di quanto vorrebbero ammettere: negare il diritto di voto anche a una sola persona sarebbe inaccettabile, ma per questo governo è addirittura tollerabile escludere l'equivalente della popolazione di una città media italiana. La verità è che hanno paura del voto libero dei cittadini. E chi ha paura ha già perso".

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