ROMA – Non è aria di decreto Ponte, fa capire Giorgia Meloni. E nemmeno di condoni. Mentre è in viaggio verso la Sicilia funestata dal maltempo, a una settimana dai primi danni, la premier fa recapitare a governo e maggioranza, tramite staff, quella che assomiglia a una doppia retromarcia.
Il primo tratto di penna riguarda il decreto per il Ponte sullo stretto. Chiesto da Salvini, che solo quattro giorni fa, era lunedì, ne aveva annunciato addirittura il varo nel Cdm di oggi. Invece niente: il provvedimento non figura nell’ordine del giorno spedito ai ministri in queste ore. Ed è molto difficile, raccontano più fonti dell’esecutivo, che possa essere ripescato al fotofinish alla voce «varie ed eventuali». Non è una bocciatura, ma una frenata, q…
ROMA – Non è aria di decreto Ponte, fa capire Giorgia Meloni. E nemmeno di condoni. Mentre è in viaggio verso la Sicilia funestata dal maltempo, a una settimana dai primi danni, la premier fa recapitare a governo e maggioranza, tramite staff, quella che assomiglia a una doppia retromarcia.
Il primo tratto di penna riguarda il decreto per il Ponte sullo stretto. Chiesto da Salvini, che solo quattro giorni fa, era lunedì, ne aveva annunciato addirittura il varo nel Cdm di oggi. Invece niente: il provvedimento non figura nell’ordine del giorno spedito ai ministri in queste ore. Ed è molto difficile, raccontano più fonti dell’esecutivo, che possa essere ripescato al fotofinish alla voce «varie ed eventuali». Non è una bocciatura, ma una frenata, quella di Palazzo Chigi, dettata anche dall’opportunità politica del momento. Meloni sa che, nella regione squassata dal ciclone Harry, il Ponte è un tasto dolente: non a caso l’opposizione, a cominciare da Elly Schlein, ha chiesto di recuperare i miliardi per la ricostruzione stornandoli dalla grande opera sognata dal capo leghista e cassata dalla Corte dei conti. Pure Angelo Bonelli, che ha incrociato la premier a Niscemi, si è accostato alla leader di FdI con la stessa prece: «Altro che Ponte, la vera grande infrastruttura da realizzare oggi è la messa in sicurezza dell’Italia». Risposta? Un sorriso stirato e una stretta di mano. Stop. La Lega considera però irricevibile l’offerta: non si mischiano le mele con le pere, è il ragionamento che trapela dal Carroccio. Come dire: un conto sono gli investimenti, altro è la spesa corrente, che può foraggiare l’emergenza. Certo, a destra sottotraccia il dibattito è aperto. Prova ne è il voto segreto all’Ars, il parlamento siciliano, in cui un pezzo di FdI e di FI ha votato per deviare i fondi dal collegamento sullo Stretto. Mossa su cui il governatore azzurro Renato Schifani, solitamente fumantino, non ha obiettato.
Si vedrà. Intanto da Palazzo Chigi arriva un altro input: riguarda i tre emendamenti al Milleproroghe presentati da FdI, Lega e FI per riaprire il condono edilizio. Dichiarati inammissibili nelle commissioni di Montecitorio, i tre partiti del centrodestra ieri mattina hanno provato a resuscitarli. Ma lo stop, gradito alla premier, è stato confermato nottetempo. Se ne discuterà più in là. Non è aria, non ora, è sempre il leitmotiv del quartier generale della premier.
La vicenda Harry, si sono convinti nell’entourage di Meloni, va maneggiata con cura. E con un cambio di passo. Lunedì era saltata la conferenza stampa a Palazzo Chigi dopo il Cdm lampo. Ieri in aula, al posto di Musumeci indaffarato in Sicilia, si è presentato a riferire il solito Luca Ciriani, che l’opposizione ha ribattezzato «ministro parafulmine», perché chiamato a metterci la faccia quando i titolari dei dicasteri interessati nicchiano. La stessa Meloni ha scelto di recarsi nell’isola solo martedì sera, dopo l’arrivo di Schlein e le critiche anche da ambienti nazional popolari, vedi Fiorello.
La Sicilia, come la Calabria, è un granaio di voti per il centrodestra. Decisiva per le Politiche del ‘27. Per rispondere alle attese di sfollati e danneggiati dal maltempo, il governo sa che dovrà stanziare molto di più dei 100 milioni iniziali: almeno 1 miliardo. Si lavora a un nuovo decreto, da qui a due settimane. Saranno sospese le imposte: Iva, ritenute, Imu. E dopo la nomina dei tre presidenti di regione a commissari «per l’emergenza», si lavora a un super-commissario «per la ricostruzione». Non un politico, l’idea che circola al governo è un profilo tecnico. Sempre che Schifani e Occhiuto non si mettano di traverso.