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Borrelli: “La riforma toglie poteri alle procure nel contrasto alle mafie”

Giuseppe Borrelli

 

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Il capo dei pm di Reggio Calabria: “Se non sarà garantita l’autonomia dei magistrati i clan ne approfitteranno”
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Succede che nell’ufficio di Giuseppe Borrelli, procuratore di Reggio Calabria, si possano vedere alcune cose prima che accadano. Perché la ’ndrangheta sa arrivare prima. Anticipa.

Procuratore, lei dirige uno degli uffici più importanti nella lotta alla criminalità organizzata d’Italia. Ritiene che questa riforma aiuti o, come sostiene Roberto Saviano, renda più difficile la lotta alle mafie?

«Dipende da cosa si intende per mafia. Se riduciamo la mafia agli autori di reati violenti o agli spacciatori di stupefacenti, probabilmente nulla cambierà. Ma se si pensa che oggi il narcotraffico muove capitali superiori a quelli dell’intero pil di stati dell’Unione europea, possiamo credere che i gestori di questi proventi non esprimano centri di interesse capaci di condizionare e di intimidire un inquirente? Specie se la sua indipendenza non viene garantita dall’essere parte di uno dei poteri che la tradizione liberale – di cui tanti si proclamano alfieri – individua in uno Stato».

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Succede che nell’ufficio di Giuseppe Borrelli, procuratore di Reggio Calabria, si possano vedere alcune cose prima che accadano. Perché la ’ndrangheta sa arrivare prima. Anticipa.

Procuratore, lei dirige uno degli uffici più importanti nella lotta alla criminalità organizzata d’Italia. Ritiene che questa riforma aiuti o, come sostiene Roberto Saviano, renda più difficile la lotta alle mafie?

«Dipende da cosa si intende per mafia. Se riduciamo la mafia agli autori di reati violenti o agli spacciatori di stupefacenti, probabilmente nulla cambierà. Ma se si pensa che oggi il narcotraffico muove capitali superiori a quelli dell’intero pil di stati dell’Unione europea, possiamo credere che i gestori di questi proventi non esprimano centri di interesse capaci di condizionare e di intimidire un inquirente? Specie se la sua indipendenza non viene garantita dall’essere parte di uno dei poteri che la tradizione liberale – di cui tanti si proclamano alfieri – individua in uno Stato».

Voterà no, quindi?

«Voterò no, perché ritengo che la riforma costituzionale, per come articolata ed a prescindere da quelle che sono le intenzioni di chi la propugna, incida fortemente sull’indipendenza non solo del pubblico ministero ma dell’intero ordine giudiziario. La modifica del sistema elettivo del Csm, in particolare, riduce fortemente la capacità del potere giudiziario di fare da bilanciamento rispetto agli altri poteri dello Stato. Che credibilità potrebbe avere un potere legislativo il cui titolare, ovvero il Parlamento, fosse composto da cittadini estratti a sorte, come si vorrebbe per il Csm? Quindi voterò no per preservare quel delicato equilibrio dei poteri che i costituenti costruirono alla fine della guerra e che ha garantito, negli anni, la solidità della nostra democrazia».

Quali ritiene siano i principali problemi ed eventualmente anche i vantaggi che una riforma di questo tipo offre?

«Vantaggi non ne vedo perché i cittadini non avranno una giustizia più celere o più giusta come, del resto, sembra affermino anche gli stessi propugnatori della riforma. I problemi, invece, sono tanti e riconducibili all’indebolimento del potere giudiziario nel suo complesso, che avrà profonde conseguenze sull’attuale assetto della nostra società, in cui ciascuno ritiene – oggi a buona ragione – di poter trovare nel processo civile o penale una piena tutela dei propri diritti contro chiunque. Perché, vede, l’indipendenza della magistratura non è un privilegio ma garantisce l’uguaglianza dei cittadini. Ed è interesse dei cittadini, specialmente di quelli più deboli, avere un giudice che sia capace di non abdicare mai al suo dovere di imparzialità, anche di fronte alle pressioni di poteri forti, capaci di incidere sul futuro della sua carriera».

Sarà più facile o più difficile per i pm condurre le indagini? E soprattutto: ritiene che sarà garantita la stessa indipendenza?

«Un magistrato la cui indipendenza non è garantita è ovviamente scoraggiato nel contrastare quelli che sono i poteri forti esistenti in una società in cui vengono ormai esaltate le disuguaglianze. Questo, evidentemente, vale in particolare per il pubblico ministero, la cui indipendenza, formalmente, non viene toccata dalla riforma. E tuttavia porlo fuori dalla giurisdizione e dai doveri di imparzialità che questa comporta finirà per porre necessariamente il problema della sua legittimazione che, inevitabilmente, non potrà che essere ricondotta alla volontà popolare e, quindi, al potere esecutivo».

Visto dal suo ufficio, di cosa avrebbe bisogno oggi la giustizia in Italia?

«La giustizia dovrebbe essere rapida. Questo, di per sé, svelenirebbe il clima perché una cosa è essere indagati per sei mesi ed altra, ben differente, è rimanerlo per otto o dieci anni. Ma, come dimostrato dal recupero degli arretrati legato agli investimenti realizzati con il Pnrr, la velocità nella trattazione dei processi è strettamente collegata alle risorse disponibili. Ed invece il problema dell’efficienza è ritenuto così poco importante che proprio quelle risorse oggi sono in serio pericolo e sono destinate ad essere, quantomeno, ridotte. La conseguenza, quindi, se passa la riforma, sarà quella di avere una giustizia meno efficace ed anche meno indipendente. Questa è la vera posta in gioco».

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