Furci siculo (Messina) – Una ragazza bruna col chiodo di pelle si ferma a sfogarsi nella pescheria del paese. «Ma che vengono a fare volando? Le strade devono fare, per capire quello che succede qui». Furci siculo attende Matteo Salvini anche se sono in pochi, a radunarsi davanti a quel che resta di Sapori di mare. In quel ristorante il vicepremier e ministro dei Trasporti aveva cenato nel 2019. Adesso, quella stessa struttura è stata portata via dal ciclone Harry insieme alla gran parte delle attività della costa.
Come la presidente del consiglio, Salvini ha scelto l’elicottero per rendersi conto dei danni. È passato sopra alla Sicilia, è andato in Calabria dall’altra parte della costa jonica, a Bova e a Melito. Poi è tornato qui. No…
Furci siculo (Messina) – Una ragazza bruna col chiodo di pelle si ferma a sfogarsi nella pescheria del paese. «Ma che vengono a fare volando? Le strade devono fare, per capire quello che succede qui». Furci siculo attende Matteo Salvini anche se sono in pochi, a radunarsi davanti a quel che resta di Sapori di mare. In quel ristorante il vicepremier e ministro dei Trasporti aveva cenato nel 2019. Adesso, quella stessa struttura è stata portata via dal ciclone Harry insieme alla gran parte delle attività della costa.
Come la presidente del consiglio, Salvini ha scelto l’elicottero per rendersi conto dei danni. È passato sopra alla Sicilia, è andato in Calabria dall’altra parte della costa jonica, a Bova e a Melito. Poi è tornato qui. Non fa in tempo ad arrivare, che comincia a piovere a dirotto. Subito prima il cielo sembrava volesse dare quiete. Il mare appariva calmo. «Pari chi non ci curpa», commentava Adele osservandolo con un’amica. Che tradotto dal siciliano, significa “pare non sia colpa sua”. È intorno a questo — alle colpe, alle responsabilità — che ruotano i commenti dei cittadini che vivono in questa costa discreta d’inverno, affollata d’estate. Nessuno di loro, crede davvero che siano del mare e della sua imprevedibilità. Chi ha parlato in questi giorni del fatalismo meridionale — ad esempio il presidente della Sicilia Renato Schifani — sembra non conoscere questi luoghi, che dai tempi dei Malavoglia di Verga sono cambiati parecchio.
Di bocca in bocca è passata la fortuna di Sant’Alessio, l’unico comune che non ha avuto danni ingenti perché aveva fatto per tempo una barriera sottomarina frangiflutti. È quella che chiedono tutti, per 25 chilometri di costa. Alcuni — come il sindaco di Santa Teresa a Riva, Danilo Lo Giudice — l’avevano anche programmata, l’assegnazione dei lavori dovrebbe avvenire a febbraio, ma la forza dell’uragano è arrivata prima. «Ci abbiamo messo dieci anni dalla prima richiesta — racconta — non sono opere che possono aspettare questi tempi. Si tratta di mettere al sicuro le comunità, le attività produttive».
Santa Teresa a Riva ha la costa più lunga e 60 milioni di danni. Danilo Lo Giudice aspetta che Salvini abbia finito di parlare, poi lo avvicina, gli chiede: «Ministro, venga a vedere». Il suo comune era stato escluso dal giro che prevedeva una sorta di zona salva: il vicepremier è andato in Calabria protetto dal presidente Occhiuto, già incaricato di gestire l’emergenza. È venuto a Furci siculo dove il sindaco è del suo partito: Matteo Francilia, un ragazzo arrivato dal centrosinistra e finito chissà come nella Lega. Bravissimo a detta di tutti quelli che vivono qui, in carica da sette anni. È lì con la fascia, intercede per il collega di Santa Teresa. Si conoscono tutti, lavorano insieme, e che importa se c’è una faida tra la Lega locale e il movimento di Cateno De Luca. Davanti ai ristoranti che non possono riaprire, ai chioschi distrutti, alle tubature da mettere in sicurezza, i giochi della politica appaiono troppo piccoli per dar loro retta.
Così Salvini va. Si rende conto della devastazione. Promette anche a Santa Teresa, come a Furci davanti ai giornalisti, che il governo interverrà subito e che non sarà una questione di mesi, «ma di settimane, perché la stagione estiva è alle porte e so quanto sia importante per voi». Il vicepremier dice cose di circostanza: «Una cosa è parlare coi sindaci dal mio ufficio, un’altra venire qui e toccare con mano quello che stanno affrontando». Si innervosisce solo quando si parla delle risorse del ponte da spostare: «Non possiamo per aiutare i siciliani togliere soldi dei siciliani. Perdonatemi…ma l’Italia è una potenza industriale, stiamo crescendo. I soldi arriveranno fino all’ultimo centesimo, senza togliere alle scuole, alle strade, ai ponti, alle gallerie siciliane e calabresi. È come se quando c’è un problema in Piemonte mi si chiedesse di spostare i soldi della Tav».
La politica nazionale, quella regionale, parlano qui — in questo lembo di terra che aspetta da anni un po’ di cura, in quest’isola piagata dalla siccità d’estate e dalla pioggia di inverno — come se i soldi non fossero un problema. Come se le risorse fossero infinite. Lo dicono dopo aver sorvolato strade ricoperte di buche, provinciali martoriate dall’incuria, binari interrotti e sospesi nel vuoto: «Le ferrovie e l’Anas lavorano giorno e notte — dice Salvini — per riaprire le linee fuori uso all’inizio di marzo». Un mese, come fosse nulla.
Il ministro se la prende con la burocrazia, neanche fosse estranea all’amministrazione regionale. Con le norme che mancano, con i geometri che sono pochi. E fa una scelta che in un altro pezzo di Sicilia — quella disperata della provincia di Caltanissetta — è incomprensibile. Decide di non andare a Niscemi. «Ci sono stati la presidente del Consiglio, il ministro Musumeci, ho deciso di concentrarmi su altri punti». Anche Niscemi ha un sindaco della Lega, Massimiliano Conti, sulle cui spalle stanno ricadendo colpe decennali e certo non solo sue. Al mattino, a chi gli chiede se pensa che Salvini arriverà, Conti risponde secco: «No». Forse sa che il ministro ha deciso di sorvolare sulla tragedia, di portare promesse lì dove ci sono ragioni per sperare. La costa può rialzarsi, a Niscemi le case di chi non ha più niente rischiano di precipitare nel vuoto. Alle sette e mezzo di sera, Salvini sta per salire sul volo che da Catania lo riporta a Roma. «Ho chiamato il sindaco», assicura. Senza dire se mai ci andrà.