Dei personaggi della storia sacra nessuno conosce il volto originario, ammesso che siano davvero esistiti. E nessuno può escludere che, per ipotesi, Adamo avesse il volto di Nelson Mandela o Eva quello di Lady Gaga; né si potrebbe definire blasfemo chi immaginasse una Vergine Maria dalle fattezze di Madonna, intesa come la popstar.
Ma la vicenda della pittura murale in San Lorenzo in Lucina a Roma è l’ennesima conferma dell’uso di argomenti imprecisi quando si parla di patrimonio artistico. È comprensibile restare basiti nel vedere che, durante il restauro, un volto angelico venga arbitrariamente trasformato in quello della presidente del Consiglio. La presenza del viso di Giorgia Meloni su un’opera appartenente al patrimonio artistico nazionale, in sé, non costituirebbe necessariamente una violazione, qualora facesse parte di un progetto di restauro elaborato e approvato dalla Soprintendenza. In linea di principio, ciò non sarebbe impossibile, dal momento che la Carta del Restauro no…
Dei personaggi della storia sacra nessuno conosce il volto originario, ammesso che siano davvero esistiti. E nessuno può escludere che, per ipotesi, Adamo avesse il volto di Nelson Mandela o Eva quello di Lady Gaga; né si potrebbe definire blasfemo chi immaginasse una Vergine Maria dalle fattezze di Madonna, intesa come la popstar.
Ma la vicenda della pittura murale in San Lorenzo in Lucina a Roma è l’ennesima conferma dell’uso di argomenti imprecisi quando si parla di patrimonio artistico. È comprensibile restare basiti nel vedere che, durante il restauro, un volto angelico venga arbitrariamente trasformato in quello della presidente del Consiglio. La presenza del viso di Giorgia Meloni su un’opera appartenente al patrimonio artistico nazionale, in sé, non costituirebbe necessariamente una violazione, qualora facesse parte di un progetto di restauro elaborato e approvato dalla Soprintendenza. In linea di principio, ciò non sarebbe impossibile, dal momento che la Carta del Restauro non esclude a priori integrazioni, rifacimenti o riferimenti espliciti o impliciti alla dinamica culturale, etica ed estetica del tempo in cui il restauro viene effettuato. Per qualcuno, tuttavia, la burocrazia può essere superata dalla più classica delle argomentazioni in tema di ritrattistica: quel volto assomiglia effettivamente a quello della premier, ma non ne è necessariamente il ritratto. In arte, come in ogni disciplina scientifica, somiglianza e identità sono concetti apparentemente affini, ma nettamente distinti, così come lo sono l’indizio e la prova in sede giudiziaria. Confonderli equivale ad abbandonare deliberatamente la ricerca della verità.
In questo caso, l’argomento è sostenibile anche per la tipologia fisionomica dell’angelo di San Lorenzo in Lucina, caratterizzata da tratti fortemente definiti e da una marcata mobilità espressiva, in cui un volto rasserenante e bonario può rapidamente trasformarsi in duro e incazzato, e viceversa. Si tratta di una tipologia che attraversa ampie fasi della pittura italiana, in particolare in età barocca. Basti pensare alla grande scuola lombarda del Seicento, nata dalla lezione di Procaccini, Morazzone e Cerano, nelle cui opere — certo incomparabili con l’incredibile stesura del presunto sacrestano di San Lorenzo in Lucina — compaiono numerosi volti, anche angelici, che qualcuno potrebbe dire somiglianti a quello della nostra premier, senza che possano per questo essere considerati suoi ritratti.
Scorrendo la storia dell’arte, però, a diventare un angelo sembra non avere osato nessuno. Ma committenti illustri e leader politici si sono lasciati immortalare o confondere dentro scene sacre e profane. Come accade nella Pala di San Marco (1438-1442) del Beato Angelico, dove Cosimo de’ Medici guarda verso di noi e ha l’aureola perché incarna nella finzione artistica il santo di cui porta il nome. Così Leone X, suo discendente, nelle Stanze Vaticane è ritratto da Raffaello che lo mette nei panni di un altro Leone – Magno – il pontefice che fermò Attila. E che dire di Napoleone? Ossessionato com’era dall’Apollo del Belvedere, avrebbe voluto essere associato al dio del sole, di cui, forse, non aveva esattamente le fattezze. Antonio Canova si limitò a rappresentarlo come Marte pacificatore. Ma Andrea Appiani, pittore ufficiale di Bonaparte in Italia, si spinse oltre, realizzando l’Apoteosi di Napoleone (1808) nel Palazzo Reale di Milano. Qui, in ogni caso, eravamo ben lontani dallo Stato democratico. La democrazia latita nei mosaici e nelle opere con Mussolini nuovo Cesare, che da qualche parte sopravvivono. Il principio, oggi costituzionalmente sancito, secondo cui la cultura e l’arte sono libere, non era ancora pienamente formulato. E tuttavia, ancora oggi, è lecito chiedersi che cosa sia davvero, in ambito artistico, questa libertà. Forse, come suggeriva Giorgio Gaber, coincide con la partecipazione. Ma non è affatto sicuro.