Anno giudiziario, toghe in trincea. “La riforma vuole solo punirci”
di Conchita SanninoL'inaugurazione del nuovo anno giudiziario al tribunale di Milano
(agf)ROMA – Ogni aula, un fuoco acceso. È il film di una diffusa trincea nazionale quello che scorre nei vari Palazzi, nel giorno dell’inaugurazione dell’anno giudiziario, da cui sale forte il no, con toni calmi e parole taglienti, di tanti magistrati di rango preoccupati dagli esiti della riforma Nordio-Meloni. «Riforma punitiva», «legge mortificante», che «alcun beneficio darà ai cittadini», le toghe respingono le «accuse inaccettabili di giudici schiacciati sui pm», nel mirino il sorteggio: «Scelta che delegittima e che non usiamo neanche per il condominio».
Ma il ministro della Giustizia, ieri a Milano, e che già in Cassazione aveva irritato non pochi con la sua accusa di blasfemia, non ci sta: «Non abbiamo bisogno né di rafforzare il …
ROMA – Ogni aula, un fuoco acceso. È il film di una diffusa trincea nazionale quello che scorre nei vari Palazzi, nel giorno dell’inaugurazione dell’anno giudiziario, da cui sale forte il no, con toni calmi e parole taglienti, di tanti magistrati di rango preoccupati dagli esiti della riforma Nordio-Meloni. «Riforma punitiva», «legge mortificante», che «alcun beneficio darà ai cittadini», le toghe respingono le «accuse inaccettabili di giudici schiacciati sui pm», nel mirino il sorteggio: «Scelta che delegittima e che non usiamo neanche per il condominio».
Ma il ministro della Giustizia, ieri a Milano, e che già in Cassazione aveva irritato non pochi con la sua accusa di blasfemia, non ci sta: «Non abbiamo bisogno né di rafforzare il governo, né di punire i magistrati». Insiste, il Guardasigilli: «Confermo che è blasfemia il solo ipotizzare che la riforma voglia porre sotto controllo i pm, perché anzi nella legge si enfatizza la sua indipendenza». Da Napoli, gli fa eco il sottosegretario Alfredo Mantovano. «Basta demonizzazioni, il 24 marzo non sarà l’Apocalisse», frena l’ex magistrato. Che non esita a tuonare contro chi, a suo parere, «usa slogan che perfino i social network qualificano come fake» o chi «evoca il rischio di violenze, una volta approvata la riforma, ad opera di forze di polizia come accade a Minneapolis», riferimenti chiari al professor Barbero e al numero 2 dell’Anm, Maruotti. Mantovano apre poi al dialogo futuro: «Se prevalesse il sì, si prospetta una complessa messa a terra» e il governo «non ha la pretesa di proporre le norme attuative senza un confronto con magistrati e avvocati». Mentre il procuratore Nicola Gratteri, sorridente: «Io stavolta ci sono per dire il mio no alla riforma. E Nordio, da persona colta, strano che usi parole inappropriate».
Ovunque, è muro contro muro. Da Milano a Bari, da Palermo a Torino. Passando per Roma dove si consuma l’aspro botta e risposta tra l’argomentata critica del presidente di Corte, Giuseppe Meliadò, e la capo di gabinetto di via Arenula, Giusi Bartolozzi. Lui stigmatizza «l’invasione di campo della magistratura», espressione di Mantovano, lei piccata aggiunge a braccio: «Ma il limite della continenza venga rispettato prima di tutto dai magistrati», tra il disagio di molti presenti. I quali avevano applaudito alle parole del Pg Giuseppe Amato: «Ogni dialogo è rimasto lettera morta» su una riforma «mortificante»: l’unico obiettivo «era arrivare al sì definitivo, testo bloccato, senza intoppi, il più presto possibile», e con quel sorteggio «che non usa neanche nei condomini».
Dal capoluogo lombardo, è il presidente della Corte, Ondei, a mettere in chiaro: «Non è accettabile sostenere che i giudici non sono sufficientemente terzi e imparziali perché appiattiti sulle richieste dei colleghi pm: se fosse vero, saremmo in emergenza». E ad accendere la platea milanese è anche la Pg Francesca Nanni, impietosa: «Stiamo sprecando tempo e risorse», soffiando su «un clima di gravi tensioni» e a scapito «di altri interventi che avrebbero dovuto prevedere un potenziamento degli strumenti necessari», per migliorare il servizio giustizia e «recuperare la fiducia dei cittadini».
In alcune aule, la temperatura sale, c’è intolleranza alle critiche da parte della maggioranza. Ribattere punto su punto, è la consegna. Come a Bari, dove il presidente Francesco Cassano prima cita Calamandrei, poi non cala parole lievi: «La politica rivendica le mani libere», ma «da mani libere a “Mani pulite” è un soffio». «Passaggi infelici nella sua relazione, sono stupito», commenta il viceministro alla Giustizia, Sisto. Persino in una trincea meno esposta, a L’Aquila, è un caso lo “sfregio” di esponenti FdI al membro laico del Csm Ernesto Carbone. Basta che il consigliere accenni solo alle forzature dell’iter della riforma, col «divieto di presentare emendamenti ai parlamentari di maggioranza»: di scatto il senatore Sigismondi ed esponenti locali del partito platealmente lasciano la sala. «Gesto che si commenta da solo», dice Carbone. E loro da FdI: «Voleva fare il comizio».