Il paradosso prende forma attorno al tavolone di Palazzo Chigi. Ci sono i vertici delle forze di sicurezza: il comandante generale del Carabinieri, Salvatore Luongo, quello della Guardia di Finanza, Andrea De Gennaro, il capo della Polizia, Vittorio Pisani. E c’è il governo: Giorgia Meloni, i suoi vice, i ministri interessati al dossier sicurezza. Palazzo Chigi presenta la sua idea politica per stroncare gli scontri di piazza: in particolare, l’opzione di un fermo preventivo, anche sfidando il rischio di incostituzionalità. L’evento imprevisto, si apprende da diverse fonti, è che pesanti dubbi su questa strada sono espressi proprio da alcuni dei massimi rappresentanti delle forze dell’ordine (interpretando anche la sensibilità di un pezzo tutt’altro che marginale dei sindacati di categoria).
Il paradosso prende forma attorno al tavolone di Palazzo Chigi. Ci sono i vertici delle forze di sicurezza: il comandante generale del Carabinieri, Salvatore Luongo, quello della Guardia di Finanza, Andrea De Gennaro, il capo della Polizia, Vittorio Pisani. E c’è il governo: Giorgia Meloni, i suoi vice, i ministri interessati al dossier sicurezza. Palazzo Chigi presenta la sua idea politica per stroncare gli scontri di piazza: in particolare, l’opzione di un fermo preventivo, anche sfidando il rischio di incostituzionalità. L’evento imprevisto, si apprende da diverse fonti, è che pesanti dubbi su questa strada sono espressi proprio da alcuni dei massimi rappresentanti delle forze dell’ordine (interpretando anche la sensibilità di un pezzo tutt’altro che marginale dei sindacati di categoria).
Sono loro, con garbo, a mettere in fila le perplessità. Un mix di ragionamenti pragmatici e di buon senso. Non è dunque soltanto la «difficoltà» di immaginare una strategia praticabile per tradurre in atti una filosofia politica securitaria per alcuni, di compressione della libertà per altri. Al governo viene spiegato che offrire alla pubblica opinione la garanzia che con le nuove norme si mette un freno a atti violenti come quelli di Torino potrebbe rivelarsi un boomerang. Difficile, sostengono, immaginare che si possano fermare ogni volta, preventivamente, centinaia di ipotetici facinorosi. Difficile farlo senza la convalida di un magistrato. E anche l’idea di sfruttare massicciamente l’arma del Daspo mostra crepe logiche: davvero – chiedono – possiamo impegnarci a bloccare così centinaia di agitatori potenziali? Non basterebbero gli organici attuali, anche perché in buona parte sono dislocati nella gestione dell’ordine pubblico dei cortei. Nessuno, in soldoni, può assicurare il successo di un piano del genere. E soprattutto: se passa il messaggio di nuovi super poteri di deterrenza, ogni fallimento rischia di diventare poi un’accusa di flop.
Nasce anche da questi alert la decisione dell’esecutivo di affidare agli uffici di palazzo Chigi, Interno e Giustizia un vaglio tecnico sul fermo. L’indicazione di Meloni resta la stessa degli ultimi giorni: «Serve un segnale dopo i fatti di Torino». Dunque, l’input agli uffici è questo: restringete il perimetro, cercate opzioni ragionevoli e costituzionalmente solide, ma provate a far entrare questa norma nel decreto. Tradotto: impegnatevi per superare le perplessità del Colle, che persistono. È il sottosegretario Alfredo Mantovano a tenere un filo con il Quirinale, da cui nulla di ufficiale trapela, anche perché Sergio Mattarella ha trascorso tutto il giorno a Milano. È però evidente che l’attesa è per un testo definitivo che, questo almeno è l’auspicio, sia revisionato rispetto alle prime bozze e tenga conto dei principi della Carta. Un tiro alla fune che si gioca lontano dai riflettori, destinato a durare almeno fino al consiglio dei ministri di giovedì pomeriggio. L’alternativa, fanno sapere da Palazzo Chigi, resta quella già vagliata prima dei fatti di Torino: ciò che non convince il Colle o che rischia di provocare tensioni, potrebbe finire in un disegno di legge.
Non è l’unica spina, a destra. Perché anche sulla sicurezza si ripropone il derby Lega-FI. Il capogruppo azzurro, Maurizio Gasparri, uscendo da Palazzo Chigi boccia una proposta che Matteo Salvini, anche nel vertice, chiede invece di inserire nel pacchetto: la cauzione per chi organizza cortei o manifestazioni. «Controverso», per il capo dei senatori forzisti. Salvini però non molla la presa. Anzi, ha convocato per oggi un consiglio federale che insisterà sulla cauzione, ma anche sul taser per tutte le polizie locali d’Italia e sull’aumento dei militari di Strade sicure. «È il momento giusto per soluzioni ragionevoli ma muscolari», è l’ultimo rilancio del leghista. «Ma bisogna evitare forzature», media Antonio Tajani (spalleggiato da Mantovano). Nel tetris Sicurezza tanti pezzi ancora non si incastrano.