Nel giorno dello strappo, la linea a destra è minimizzare. Troncare e sopire. Della serie: ma questo Vannacci da solo dove va? In realtà la scissione della Lega per mano del suo vicesegretario è uno scossone per la coalizione di governo, proietta sulle Politiche i timori più foschi. La “cosa nera” è il grande incubo di FdI, che finora ha governato le dinamiche della coalizione con una strategia che ricalca il motto dei comunisti francesi anni ‘30, rovesciato: pas d’ennemis à droite, niente nemici a destra. Matteo Salvini è il primo a essere consapevole che il caso Vannacci va gestito in una dinamica di maggioranza e non solo di partito. Per questo il segretario del Carroccio, lunedì sera, appena terminato il faccia a faccia con il generale del “Mondo al contrario” (incontro al Mit, con una coda di messaggini e chiamate via via meno cordiali) ha avvisato subito Giorgia Meloni. Per informarla: ci ho provato fino all’ultimo, ma Vannacci se ne va. Riservatamente, il leghista prova a ridim…
Nel giorno dello strappo, la linea a destra è minimizzare. Troncare e sopire. Della serie: ma questo Vannacci da solo dove va? In realtà la scissione della Lega per mano del suo vicesegretario è uno scossone per la coalizione di governo, proietta sulle Politiche i timori più foschi. La “cosa nera” è il grande incubo di FdI, che finora ha governato le dinamiche della coalizione con una strategia che ricalca il motto dei comunisti francesi anni ‘30, rovesciato: pas d’ennemis à droite, niente nemici a destra. Matteo Salvini è il primo a essere consapevole che il caso Vannacci va gestito in una dinamica di maggioranza e non solo di partito. Per questo il segretario del Carroccio, lunedì sera, appena terminato il faccia a faccia con il generale del “Mondo al contrario” (incontro al Mit, con una coda di messaggini e chiamate via via meno cordiali) ha avvisato subito Giorgia Meloni. Per informarla: ci ho provato fino all’ultimo, ma Vannacci se ne va. Riservatamente, il leghista prova a ridimensionare la portata dei rischi: «Ma quali 500 mila voti suoi... Ne ha presi tanti perché l’abbiamo sostenuto noi. Di suo ne avrà 80mila». Per il vicepremier, il paragone è con la scissione di Gianfranco Fini dal Pdl: così avvisa il generale in privato prima del patatrac. E così suona la grancassa social della Lega dopo.
A destra ora tocca decidere che fare con il partito che sta mettendo su l’ex parà approdato all’Eurocamera, seggio che non ha intenzione di lasciare. FdI vorrebbe evitare di imbarcarlo in coalizione, ma per ora evita di intestarsi il diniego: preferisce che sia la Lega a mettere il veto. Aspetto già chiarito ieri sera dallo stesso Salvini: «Vannacci non sarà in coalizione». FdI non si espone. Dettaglio: ieri pomeriggio, camminando in Transatlantico mentre lo psicodramma leghista era in pieno svolgimento, Giovanni Donzelli a domanda diretta — Vannacci sarà mai un alleato? — replicava sibillino: «Non lo so, vediamo». Una risposta simile arriva da FI, per bocca del portavoce, Raffaele Nevi: «Vi deve essere compatibilità di valori e programmi. Vedremo, ma chiunque spacca il centrodestra è solo un fiancheggiatore della sinistra». L’unico netto tra gli alleati di Salvini è Maurizio Lupi: «Le provocazioni di Vannacci sono incompatibili con la coalizione».
Non significa che a destra ci sia smania di allargare il perimetro. Tutt’altro: Vannacci già si è mostrato poco incline a farsi addomesticare, non pagava le quote volontarie d’iscrizione alla Lega (altra ragione dello strappo), ha lasciato che i suoi manifestassero contro un provvedimento del governo davanti Montecitorio, ha chiesto di affossare il decreto Kiev dopo un faticoso compromesso raggiunto in maggioranza. Ma da qui a un anno chi può giurare che il suo partito non sia necessario «per fermare il ritorno delle sinistre»? C’è chi cita il precedente di Alternativa sociale nel 2006, il partitino di Alessandra Mussolini, appaiato pur tra mille trambusti alla coalizione di Silvio Berlusconi: quello 0,7% servì (quasi) a pareggiare contro Romano Prodi.
Certo, nel centrodestra e anche nel partito della fiamma, Vannacci non ha grandi estimatori, anzi. Guido Crosetto, che con l’ex militare si è scornato pubblicamente, è uno di quelli che può dire: ve lo avevo detto. E infatti, contattato da Repubblica, se la cava con una battuta: «La sua uscita dalla Lega? Nessuna sorpresa, anche nella tempistica». Ignazio La Russa si tiene alla larga dalle beghe lumbard: «Non mi occupo di altri partiti». Meloni ha dato l’ordine ai suoi: nessun commento, nessuna dichiarazione. Anche se nella conferenza stampa di inizio anno aveva polemizzato con l’eurodeputato per le sue sortite anti-armi sull’Ucraina: «Mi stupisce che questa riflessione arrivi da un generale», disse allora, ricordando che «i soldati sono i primi che capiscono quanto le forze armate siano utili per costruire la pace».
Per i prossimi giorni tra i partiti del centrodestra circola l’idea di commissionare un sondaggio riservato per ponderare il peso reale del generale. Anche in chiave legge elettorale: se Vannacci davvero resterà fuori dal centrodestra, come pretende la Lega, la soglia di sbarramento per chi non si coalizza sarà portata al 4%. Un problema per Carlo Calenda che però, a maggior ragione, Meloni vuole attrarre nell’orbita della maggioranza. Il sogno è un patto elettorale con FI, ipotesi che non spiace ai Berlusconi.