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Meloni lancia la sua campagna, è già derby a destra con la Lega

(lapresse)

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L’ultimo assalto dei ministri falchi prima del sì: “Potevamo essere ancora più severi” I distinguo di Tajani
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«A proposito di fermo: portare un coltello da cucina vale?». Risate. La battuta di Antonio Tajani stempera un Cdm faticoso, già rinviato una volta e dove approdano due testi limati di cesello per giorni, sull’asse Palazzo Chigi-Quirinale. Trattative complesse: aggiungi questo, togli quello. Il percorso è stato talmente accidentato (e turbolento) che persino nel corso della seduta dell’esecutivo si va avanti con i ritocchi, aggettivi che saltano, si discetta se sia meglio, a proposito del discusso fermo preventivo all’articolo 11 bis, parlare di “pericolo concreto” o “pericolo attuale” per accompagnare in caserma chi vuole scendere in piazza. Il punto politico è chiaro: dopo i fatti di Torino, e con la spina Vannacci nel fianco, fresco di scissione dalla Lega e pronto a martellare sul tema, Giorgia Meloni punta le fiches su questo pacchetto sicurezza, l’ennesimo. Le vicende di Askatasuna diventano la miccia, un format per l’avvio della campagna referendaria anti-toghe.

Non a caso la pr…

«A proposito di fermo: portare un coltello da cucina vale?». Risate. La battuta di Antonio Tajani stempera un Cdm faticoso, già rinviato una volta e dove approdano due testi limati di cesello per giorni, sull’asse Palazzo Chigi-Quirinale. Trattative complesse: aggiungi questo, togli quello. Il percorso è stato talmente accidentato (e turbolento) che persino nel corso della seduta dell’esecutivo si va avanti con i ritocchi, aggettivi che saltano, si discetta se sia meglio, a proposito del discusso fermo preventivo all’articolo 11 bis, parlare di “pericolo concreto” o “pericolo attuale” per accompagnare in caserma chi vuole scendere in piazza. Il punto politico è chiaro: dopo i fatti di Torino, e con la spina Vannacci nel fianco, fresco di scissione dalla Lega e pronto a martellare sul tema, Giorgia Meloni punta le fiches su questo pacchetto sicurezza, l’ennesimo. Le vicende di Askatasuna diventano la miccia, un format per l’avvio della campagna referendaria anti-toghe.

Non a caso la premier in 24 ore va due volte in tv (ma evita la conferenza stampa di ieri). L’attacco ai magistrati è ormai una strategia deliberata, come conferma un dossier riservato di FdI per gli eletti, in cui si parla così dei togati: «Non si ripeta che alla denuncia dei responsabili non segua nulla, come purtroppo è accaduto troppe volte». C’è però una smania che trapela nel chiuso del consiglio dei ministri: non far apparire le misure come le hanno dipinte all’opposizione (e diversi giuristi), cioè come una svolta autoritaria o modello Ice. Meloni ai ministri lo dice dritto: «Dobbiamo lavorare con la comunicazione, va spiegato il senso del provvedimento». La premier conia pure lo slogan: «Dobbiamo dire: noi difendiamo chi ci difende». E a proposito di un altro passaggio controverso - lo scudo penale per gli agenti - chiede direttamente ai ministri un rebranding: «Non chiamiamolo più scudo penale, vale per tutti i cittadini». Nel bel mezzo del cdm, da FdI trapela fastidio per la Lega, che a seduta in corso s’intesta le misure. Ma si fa buon viso a cattivo gioco. Il derby a destra è chiaro, ma sotto traccia. Anche perché oltre al dualismo fiamma-Carroccio, ora si aggiunge il neonato partito del generale.

A Palazzo Chigi, Matteo Piantedosi sciorina la sua relazione per un’ora, un’altra mezz’ora parla Carlo Nordio. Tutti contenti? In realtà, come rivelano più fonti presenti, al tavolone del consiglio affiora un’ala dura nel governo. Che avrebbe voluto un pacchetto di norme ancora più stringenti. Per FdI si espone il capo delegazione, Francesco Lollobrigida: «Per me servirebbe un decreto ancora più duro, il fermo potrebbe andare anche oltre le 12 ore». Difende l’approccio Giancarlo Giorgetti: «La gente si aspetta questo da noi, misure severe, tanto all’opposizione ci attaccheranno comunque». È lo stesso Piantedosi, un po’ ideologo e un po’ estensore materiale dell’ultima stretta sfornata a destra, ad ammettere che il fermo preventivo avrebbe potuto essere prolungato oltre: «In Francia è di 24 ore, fino a 48, si chiama garde a vuè». Riflessioni che i colleghi del capo del Viminale raccontano come “filosofiche”. Non tutti sono allineati, però.

Tajani (come Eugenia Roccella) durante la riunione chiede dettagli, spiegazioni. Si discute anche delle coperture economiche. Fuori da Palazzo Chigi, prima dell’inizio del consiglio, il leader di FI non si mostra del tutto in linea con i toni da sceriffo sposati da altri: «Agiremo nel pieno rispetto del dettato costituzionale, ci mancherebbe». Il capo di FI difende comunque l’impianto, anche il fermo: «Non si capisce perché si possono bloccare i tifosi che vanno allo stadio e chi va a una manifestazione con intenzioni violente no. Non è che verrà fermata la signora Maria». Siparietto: il ministro degli Esteri, appena rientrato dagli Usa, incrocia proprio sull’uscio di Chigi l’altro vicepremier, Matteo Salvini, completo blu elettrico, mentre discute con i cronisti del caso Vannacci. «Ecco, su Vannacci per una volta sto dalla parte di Salvini», fa Tajani. Sorrisi. Il collega leghista va dritto, non sembra avere colto il rimando. Sul possibile ingresso del generale in coalizione però il numero uno azzurro non si sbilancia (come fa il grosso di FdI, nonostante il veto della Lega): «Farà parte dell’alleanza? Non lo so, vediamo. I vannacciani non vogliono le armi a Kiev? La linea di Forza Italia è chiara». Precisazioni e temporeggiamenti. «Ora pensiamo alla sicurezza, che è più importante di Vannacci».

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