La Flotilla torna via mare e via terra, partenza il 29 marzo
di Alessia CanditoUna doppia missione, di mare e di terra. Tremila persone contemporaneamente in marcia e in navigazione verso Gaza. Il doppio delle barche, questa volta scortate anche da vere e proprie navi. Adesso è ufficiale: la Flotilla punta nuovamente sulla Striscia e alza la posta.
Come anticipato settimane fa da Repubblica, a pochi mesi dal blitz israeliano in acque internazionali che ha interrotto l’ultima missione, gli attivisti sono pronti a un nuovo tentativo di raggiungere Gaza perché, spiegano, “il genocidio è ancora in corso” e “come si fa – dice il palestinese Saif Abukashek – parlare di pace senza includere i diritti fondamentali del popolo palestinese? La sua sovranità, il diritto al ritorno, alla libertà e alla liberazione?”. La data di partenza è fissata per il 29 marzo, salvo aggiustamenti per questioni burocratiche o di maltempo, ma nelle intenzioni degli organizzatori non dovrebbe slittare più di tanto.”
L’annuncio a Johannesburg
"Questa è la causa di chi vuole battersi per la gi…
Una doppia missione, di mare e di terra. Tremila persone contemporaneamente in marcia e in navigazione verso Gaza. Il doppio delle barche, questa volta scortate anche da vere e proprie navi. Adesso è ufficiale: la Flotilla punta nuovamente sulla Striscia e alza la posta.
Come anticipato settimane fa da Repubblica, a pochi mesi dal blitz israeliano in acque internazionali che ha interrotto l’ultima missione, gli attivisti sono pronti a un nuovo tentativo di raggiungere Gaza perché, spiegano, “il genocidio è ancora in corso” e “come si fa – dice il palestinese Saif Abukashek – parlare di pace senza includere i diritti fondamentali del popolo palestinese? La sua sovranità, il diritto al ritorno, alla libertà e alla liberazione?”. La data di partenza è fissata per il 29 marzo, salvo aggiustamenti per questioni burocratiche o di maltempo, ma nelle intenzioni degli organizzatori non dovrebbe slittare più di tanto.”
L’annuncio a Johannesburg
"Questa è la causa di chi vuole battersi per la giustizia e la dignità per tutti. Vogliamo mobilitare l’intera comunità globale perché come la collettività mondiale ha isolato l’apartheid sudafricano, può farlo con quello israeliano ", ha detto Nkosi Zwelivele Mandela, nipote del padre di quella lotta nell’annunciare la nuova missione da Johannesburg. È lì che gli attivisti diventati, forse loro malgrado, simbolo della prima spedizione – fra gli altri, Thiago Avila, gli italiani Maria Elena Delia e Tony La Piccirella, Nadir Al Nuri, malese, leader della Sumud Nusantara, la delegazione del Sud Est asiatico – si sono dati appuntamento per ufficializzare la data.
Una scelta non casuale. Il Sudafrica è stato uno dei Paesi più attivi nel sostegno a Gaza e alla Cisgiordania, pochi mesi dopo l’inizio dell’offensiva ha presentato una denuncia per genocidio contro Israele presso il Tribunale penale internazionale, lo stesso Mandela jr era fra gli imbarcati sulla prima Global Sumud Flotilla, come fra i prigionieri trasferiti per tre giorni nelle carceri del Negev. E sarà probabilmente di nuovo a bordo, pur consapevole delle difficoltà e degli ostacoli che la nuova doppia missione dovrà affrontare e della possibilità di un nuovo blocco violento. "Ma il diritto internazionale – ribadiscono tutti – è dalla nostra parte”. In più, la situazione nella Striscia non permette esitazioni.
A Gaza la crisi umanitaria non è mai finita
Se la fase 2 a Gaza ha portato la fine dei bombardamenti a tappeto, nella Striscia – spiegano tutti, ripercorrendo la cronaca recente – nella Striscia si muore ancora di colpi di arma da fuoco, come di fame e freddo, gli aiuti, inclusi quelli dell’italiana Music for peace raccolti l’estate scorsa prima della partenza della prima Flotilla, rimangono ancora bloccati ai valichi proprio mentre a Tel Aviv scoppia lo scandalo sul coinvolgimento dei militari nel mercato nero nella Striscia e adesso anche il personale umanitario rischia addirittura di diminuire.
Le nuove regole di registrazione, basate su criteri squisitamente politici e che obbligano ong e associazioni a comunicare a Israele i nominativi dei collaboratori palestinesi – per tutti una red line invalicabile per questioni di sicurezza – rischiano di lasciare fuori dalla Striscia la maggior parte della realtà, a partire da Medici senza frontiere.
Cento barche e delegazioni da 55 Paesi
Ecco perché, spiegano da Città del capo, la nuova missione non solo è necessaria, ma urgente. Via mare, la partenza sarà nuovamente da Barcellona, da dove prenderà il largo il primo gruppo di barche, cui poi si uniranno altri pezzi della flotta da Italia e Tunisia. E l’obiettivo è mettere insieme oltre 100 fra barche e navi con a bordo rappresentanti di 55 Paesi.
Non si potrà contare su quelle sequestrate durante la prima missione dopo il blitz in acque internazionali: la Marina israeliana le ha trainate ad Ashdod e adesso è in corso il procedimento che potrebbe portare alla confisca, tuttavia i tempi sono lunghi e l’esito incerto. In passato, gli avvocati delle flotille che da oltre dieci anni tentano di infrangere il blocco navale imposto da Israele, sono riusciti a ottenere il dissequestro delle imbarcazioni ma il più delle volte sono rimaste a marcire al porto di Ashdod.
Una lunga carovana che attraversa il Nord Africa
Via terra invece, nella stessa data i primi camion e caravan dovrebbero muoversi dal Maghreb per poi attraversare tutto il Nord Africa, fino all’Egitto e da lì al valico di Rafah. Anche in questo caso c’è un precedente. L’anno scorso la Global march to Gaza ha tentato di raggiungere il valico di Rafah via terra, “scortata” da un corteo di attivisti arrivati in Egitto da diversi Paesi d’Europa o del mondo. Ma è finita con un blocco alla frontiera per la carovana che Israele minacciava di colpire militarmente e una valanga di espulsioni e fogli di via per gli attivisti, che in molti casi non sono riusciti neanche a lasciare gli aeroporti del Cairo.
Adesso, si ragiona fra la Global Sumud, il contesto politico almeno formalmente è cambiato, sulla carta l’offensiva militare non è più in corso e su Gaza dovrebbero avere voce in capitolo anche Paesi come la Turchia, ritenuti vicini alla causa palestinese. “Ma non ci aspettiamo nulla dai governi, solo dai popoli” dicono dalla Flotilla. Con l’Egitto le interlocuzioni sono in corso, certezze non ce ne sono, speranze sì. E una marea di volontari pronti a salire su barche e camion.
“Costruiremo una scuola elementare”
“Oltre mille fra medici, infermieri e operatori sanitari sono pronti a partecipare per rispondere alla carestia di massa, ai traumi e al collasso del sistema sanitario; ingegneri e squadre di ricostruzione; investigatori di crimini di guerra ed ecocidio e osservatori legali”. Insomma oltre a volontari e attivisti, ci sarà una “partecipazione qualificata” e un obiettivo ambizioso: “partiamo con l'intenzione di raggiungere Gaza, dove vogliamo costruire una scuola elementare, di cui porteremo tutta l'attrezzatura – ha annunciato Thiago Avila - Sappiamo che il diritto internazionale è dalla nostra parte". La missione “pacifica e non violenta come sempre” – chiariscono tutti – non ha solo un intento solidale, ma anche politico: “ribadiamo la necessità di una presa di posizione chiara della comunità internazionale mentre Gaza continua a essere sotto attacco – afferma la portavoce della delegazione italiana Maria Elena Delia - Quello che viene presentato come un cessate il fuoco è in realtà un nuovo progetto coloniale e in Sudafrica viene compreso chiaramente”.