ROMA – È un messaggino Whatsapp di Alfredo Mantovano, spedito alle 9.04 nella chat dei ministri, a informare il governo che c’è un Cdm imprevisto. Obiettivo: cambiare di corsa il quesito del referendum dopo la decisione della Cassazione. E soprattutto confermare la data, il 22 e 23 marzo, scongiurando, in attesa degli eventuali ricorsi, un rimando a metà aprile. Rinvio, parola tabù a destra, anche perché più passano i giorni, più il fronte del No, all’inizio staccatissimo nei sondaggi, sembra recuperare terreno. Il grosso dei ministri rimane spiazzato dal cambio d’agenda, anche perché fino alla sera prima sembrava lunedì la data buona per la riunione a Palazzo Chigi, ci sarebbero stati più margini per chiarire gli aspetti tecnici. Lo stesso Nordio, intervistato sul Corriere di ieri mattina, non escludeva un breve slittamento. Ma va così: poco dopo le 12 mezzo esecutivo si collega d’urgenza dal palazzo della prefettura di Milano, a cominciare da Nordio, insieme ad altri colleghi, da Ma…
ROMA – È un messaggino Whatsapp di Alfredo Mantovano, spedito alle 9.04 nella chat dei ministri, a informare il governo che c’è un Cdm imprevisto. Obiettivo: cambiare di corsa il quesito del referendum dopo la decisione della Cassazione. E soprattutto confermare la data, il 22 e 23 marzo, scongiurando, in attesa degli eventuali ricorsi, un rimando a metà aprile. Rinvio, parola tabù a destra, anche perché più passano i giorni, più il fronte del No, all’inizio staccatissimo nei sondaggi, sembra recuperare terreno. Il grosso dei ministri rimane spiazzato dal cambio d’agenda, anche perché fino alla sera prima sembrava lunedì la data buona per la riunione a Palazzo Chigi, ci sarebbero stati più margini per chiarire gli aspetti tecnici. Lo stesso Nordio, intervistato sul Corriere di ieri mattina, non escludeva un breve slittamento. Ma va così: poco dopo le 12 mezzo esecutivo si collega d’urgenza dal palazzo della prefettura di Milano, a cominciare da Nordio, insieme ad altri colleghi, da Matteo Piantedosi a Paolo Zangrillo e Alessandro Giuli. Luca Ciriani accende il pc da Pordenone, Tommaso Foti da Piacenza. Giorgia Meloni invece è a Roma, con Mantovano e Antonio Tajani. Assente Matteo Salvini, indaffarato nel suo tour olimpico a Bormio.
Se la premier ha impresso un’accelerazione, raccontano fonti governative, è perché ha avuto nel frattempo rassicurazioni sul fatto che per il Quirinale la conferma della data della consultazione non sarebbe stata un problema. Meloni e il presidente Sergio Mattarella si sono parlati venerdì sera a Milano, per le olimpiadi, poi a mezzanotte e venti la premier è ripartita per Roma con Tajani. Mantovano già da venerdì pomeriggio ha iniziato l’interlocuzione con il Colle. E c’è stata anche una telefonata tra la presidente del consiglio e il capo dello Stato, a ridosso del Cdm. Da quanto trapela da fonti parlamentari, non solo per discutere della data del referendum. Dal Quirinale sarebbe anche arrivato l’invito a non far alzare i toni, viste le concomitanti polemiche di FdI contro alcuni membri del Palazzaccio.
Ma a destra l’attacco alle toghe continua a montare. A esporsi pubblicamente sono i deputati (Bignami per FdI, Giorgio Mulè per FI). Ma al governo la teoria della “manina politica” nella corte è ampiamente condivisa. Nel chiuso del Cdm, si espone lo stesso Nordio, come confermano a Repubblica più fonti presenti alla riunione. Il Guardasigilli parla del ricorso sul quesito come di una vicenda «meramente politica, di diritto non c’è nulla». Il ministro della Giustizia davanti ai colleghi se la prende con il magistrato Alfredo Guardiano, che modererà un convegno sulle ragione del No e che quindi «avrebbe potuto astenersi». Cita pure Donatella Ferranti, «ex deputata Pd». Altri convengono. Solo dopo si muove il capogruppo della fiamma, Bignami.
Nel suo breve intervento, Meloni ai ministri fa capire che ci sono state «interlocuzioni» istituzionali e tutti intuiscono il riferimento, al Colle. La premier con la sua squadra non si mostra crucciata dai possibili ricorsi: «Noi andiamo avanti per la nostra strada». Ricorda la recente pronuncia del Tar, «che ci ha dato ragione». Come dire: se pure dallo schieramento del No faranno un ricorso per chiudere un rinvio, lo perderanno. Altri ricordano che comunque si tratta di «un decreto del presidente della Repubblica». Nel corso della riunione, è Piantedosi a citare un altro precedente, il referendum del 2011 sul nucleare, quando il quesito venne cambiato in corsa e la Cassazione non spostò le urne più in là.
La mossa degli ermellini comunque avrà un risultato, almeno sul piano comunicativo: la campagna del Sì accelera. Meloni ne discute con i vice di mattina: Salvini è raggiunto al telefono, con Tajani ne discorre a Chigi. FI già da questa settimana farà affiggere manifesti nelle piazze e sugli autobus. Pure FdI, che avrebbe voluto partire con il tam-tam solo ai primi di marzo, come da circolare di Giovanni Donzelli, sta programmando eventi (anche con Nordio) già nelle prossime settimane. E di referendum si discuterà nella direzione nazionale del 14 febbraio. È San Valentino, ma verso le toghe non saranno pronunciate parole molto amorevoli.