Con l’Italia che offre come prodotti da esportazione Giorgia Meloni, e volendo anche il generale Vannacci, l’Europa sceglie invece di affidarsi ancora una volta a due nomi di certo non classificabili nell’area della destra come Mario Draghi ed Enrico Letta. Un ex presidente della Bce ed ex premier “tecnico”, appoggiato nel suo governo da un’ampia maggioranza che escludeva solo Fratelli d’Italia, e una figura che si colloca in modo netto nel centrosinistra sono chiamati oggi al vertice informale dei leader Ue, anche per fare un “tagliando” allo stato di attuazione dei rispettivi rapporti che hanno le loro firme.
Entrambi i documenti sono datati 2024 ma uno, quello di Letta, è incentrato soprattutto sull’obiettivo di far funzionare il mercato unico, mentre l’altro, quello con il nome di Draghi, punta invece a rilanciare il ruolo dell’Ue, partendo dalla rivoluzione globale innescata da Usa e Cina.
Nel vertice, così, Letta si concentrerà sull’integrazione dei tre settori strategici lascia…
Con l’Italia che offre come prodotti da esportazione Giorgia Meloni, e volendo anche il generale Vannacci, l’Europa sceglie invece di affidarsi ancora una volta a due nomi di certo non classificabili nell’area della destra come Mario Draghi ed Enrico Letta. Un ex presidente della Bce ed ex premier “tecnico”, appoggiato nel suo governo da un’ampia maggioranza che escludeva solo Fratelli d’Italia, e una figura che si colloca in modo netto nel centrosinistra sono chiamati oggi al vertice informale dei leader Ue, anche per fare un “tagliando” allo stato di attuazione dei rispettivi rapporti che hanno le loro firme.
Entrambi i documenti sono datati 2024 ma uno, quello di Letta, è incentrato soprattutto sull’obiettivo di far funzionare il mercato unico, mentre l’altro, quello con il nome di Draghi, punta invece a rilanciare il ruolo dell’Ue, partendo dalla rivoluzione globale innescata da Usa e Cina.
Nel vertice, così, Letta si concentrerà sull’integrazione dei tre settori strategici lasciati fuori dalla prima fase del mercato unico: mercato dei capitali, energia, connettività; un’integrazione da raggiungere attraverso strumenti come un regime unico per le imprese che vogliono operare su scala europea, libera circolazione di idee, competenze e talenti e la “libertà di restare”, attuata con politiche di coesione e focus sulle piccole e medie imprese. Per Draghi, a poco più di una settimana dal suo discorso a Lovanio in cui aveva lanciato un «federalismo pragmatico» per l’Europa sarà invece l’occasione per dissipare alcune interpretazioni distorte che già circolano. Il federalismo proposto dall’ex presidente della Bce, basato su meccanismi simili a quello che portò all’euro, non prevede certo un’Europa a due velocità, né una modifica dei trattati, ma la libertà per chi sia più avanti su alcuni specifici dossier di lavorare assieme su quei temi. Ma, spiegherà, «è il momento di agire»: l’Europa non può più permettersi di stare ferma.
Al di là di quelli che saranno i contenuti degli interventi resta il fatto che anche per un’Europa i cui equilibri politici si stanno spostando verso destra — vedasi l’intesa tra il Cancelliere tedesco Friederich Merz e Meloni — il metodo e gli obiettivi dei due italiani restano un punto fermo. Non a caso, ieri sera proprio Letta ha avuto un incontro faccia a faccia con Merz.
Con un po’ di malizia, il successo dei rapporti “Made in Italy” potrebbe essere attribuito anche a un’offerta nazionale di ex premier costante e rigogliosa: dal secondo dopoguerra ad oggi, a Palazzo Chigi si sono insediati 31 diversi presidenti del consiglio — di cui ben undici tuttora attivi in politica o in ruoli istituzionali — contro i dieci Cancellieri della Repubblica federale tedesca e gli appena nove presidenti che si sono succeduti in Francia tra quarta e quinta repubblica. Ma ci sono argomenti ben più solidi che spiegano la scelta di affidare a Draghi e Letta i due documenti di cui si discuterà oggi: si tratta, in sostanza, della capacità di raccogliere il testimone del “metodo Delors”, dal nome di Jacques Delors, presidente della Commissione europea per la durata record di tre mandati. “Padre” riconosciuto del mercato unico europeo, destinato a sua volta a portare la moneta unica, il progressista cattolico Delors seppe mettere insieme le due grandi famiglie politiche dei Popolari e dei Socialisti. Ma fu soprattutto pragmatico, Delors, nella scelta di portare avanti un’integrazione che rispondesse in primo luogo alle esigenze dei cittadini europei ed avanzasse poi passo dopo passo per vincere le resistenze delle capitali nazionali con la forza dei progressi fatti. E se Letta è stato chiamato a stilare il suo rapporto proprio in qualità di presidente dell’Istituto Jacques Delors, non suona lontano dai richiami del politico francese anche l’appello di Draghi al «federalismo pragmatico».