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Meloni, nuovi tavoli con Berlino e più autonomia da Trump

Giorgia Meloni

 (ansa)

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La premier pensa a vertici su difesa e industria, anche per incunearsi nel rapporto con Parigi. Cauta sugli eurobond
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BRUXELLES – Ci lavora da un paio di mesi. Da quando ha compreso che la scommessa a perdere, quella di palazzo Chigi su Donald Trump, va ammortizzata con un nuovo posizionamento in Europa. L’idea di Giorgia Meloni è dunque quella di non fermarsi al vertice sulla concorrenza che coordinerà oggi nel castello di Alden Biesen assieme a Friedrich Merz. Lancerà due nuovi tavoli, appena possibile. Replicherà il format sui dossier della difesa e della cooperazione industriale. L’unico punto fermo deve essere la regia: italo-tedesca. Per rafforzare il rapporto con il cancelliere. Per indebolire Emmanuel Macron. E decretare mirate cooperazioni rafforzate su alcuni punti strategici. Anche a maggioranza, se necessario.

Trump, si diceva. È l’angolo dal quale la premier ha necessità politica di sottrarsi. Non è solo per i sondaggi ufficiosi che attestano l’impopolarità degli amici del tycoon in Europa. Pesa l’impraticabilità di gestire le sparate del presidente Usa sull’impegno italiano in Afghanist…

BRUXELLES – Ci lavora da un paio di mesi. Da quando ha compreso che la scommessa a perdere, quella di palazzo Chigi su Donald Trump, va ammortizzata con un nuovo posizionamento in Europa. L’idea di Giorgia Meloni è dunque quella di non fermarsi al vertice sulla concorrenza che coordinerà oggi nel castello di Alden Biesen assieme a Friedrich Merz. Lancerà due nuovi tavoli, appena possibile. Replicherà il format sui dossier della difesa e della cooperazione industriale. L’unico punto fermo deve essere la regia: italo-tedesca. Per rafforzare il rapporto con il cancelliere. Per indebolire Emmanuel Macron. E decretare mirate cooperazioni rafforzate su alcuni punti strategici. Anche a maggioranza, se necessario.

Trump, si diceva. È l’angolo dal quale la premier ha necessità politica di sottrarsi. Non è solo per i sondaggi ufficiosi che attestano l’impopolarità degli amici del tycoon in Europa. Pesa l’impraticabilità di gestire le sparate del presidente Usa sull’impegno italiano in Afghanistan, le minacce alla Groenlandia e agli europei, i dazi e le deportazioni dell’Ice. A conferma delle analisi - ma la strategia a quel punto era già stata decisa - i fischi riservati alle olimpiadi invernali a tutto ciò che è a forma di stelle e strisce.

In questo scenario Meloni lavora a nuovi incontri. Sono sintomo di una speranza politica, quella di ottenere benefici da un dialogo privilegiato con Merz. Qualche progetto bilaterale tra i due partner, o comunque in formato ristretto. Ma anche di sottrarre l’Europa alla paralisi decisionale che penalizza un Paese fragile come l’Italia, in una fase di profonda incertezza. Parlare di collaborazione industriale con Berlino significa infatti anche aprire a progetti strategici tra due economie caratterizzate da filiere produttive profondamente interconnesse e gravate da mali comuni, a partire dalla crisi dell’automotive. E poi la difesa, con l’opzione di ragionare con il cancelliere di un coinvolgimento nel progetto dei caccia di ultima generazione che già coinvolge Italia, Regno Unito e Giappone.

Lo scambio costa. Meloni ne conosce il prezzo, ma è disponibile a scegliere la Germania, facendo proprie alcune priorità di Berlino, anche a condizione di mettere tra parentesi battaglie storiche della politica estera italiana. Mantenendosi un passo indietro sugli eurobond, innanzitutto: non che Roma si opponga, anzi, ma Merz non vuole sentirne parlare. Lo stesso vale per l’obiettivo di una difesa realmente comune, proposta da Macron: aiuterebbe Roma, che a differenza della Germania non ha denaro da investire e già fatica a rispettare gli impegni con la Nato.

Su tutto prevale la tattica. Di certo per Merz, scottato da alcuni strappi di Macron. E per Meloni, mai in sintonia con il francese, nonostante interessi convergenti su debito comune, difesa, industria, agricoltura. La presidente del Consiglio, comunque, è intenzionata a incunearsi nel varco tra Parigi e Berlino, anche per superare l’enorme difficoltà di gestione del rapporto con Trump. Ecco perché Meloni insiste assai meno di un tempo – soprattutto nelle occasioni pubbliche – sulla “relazione speciale” con il tycoon. Meglio esplorare strade più autonome dalla Casa Bianca. Una progressiva presa di distanza che non può essere però la stessa per tutti i leader. Il Cancelliere, ad esempio, scommette sul tempo: le elezioni di medio termine, il prossimo novembre, segneranno a suo avviso il ridimensionamento di Trump e l’apertura di una fase nuova (il cancelliere e i suoi ministri, secondo diverse fonti, hanno consegnato questa lettura alla delegazione italiana, a margine del vertice a Roma di fine gennaio). Per la presidente del Consiglio è diverso: meglio mantenere un approccio più cauto e differenziarsi dal presidente Usa in modo costante, ma millimetrico. La relazione con Berlino rende l’operazione meno conflittuale e permette di sfruttare l’ombrello tedesco.

Per avvicinare questi risultati, Meloni intende giocare con il pallottoliere. Sulla concorrenza punta a coinvolgere tra i diciotto e i venti Paesi. Evitando un bis del Consiglio, ma con l’obiettivo di mostrare che la maggioranza dei ventisette vuole sedere al tavolo italo-tedesco.

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