«È grave che la maggioranza si sia spaccata sull’Ucraina, su cui Giorgia Meloni si era accreditata nel mondo», attacca Peppe Provenzano, responsabile Esteri del Pd: «La fiducia è una foglia di fico per nascondere le crepe al loro interno. Averla posta significa che hanno paura che anche altri avrebbero potuto seguire le posizioni di Vannacci».
Si tratta della prima fiducia su un dl per Kiev: è una messa alla prova dell’ex generale o c’è dell’altro?
«Il problema è forse ancor più preoccupante e va persino oltre questo voto. La Lega è sotto scacco di Vannacci. E Meloni non vuole nemici a destra: teme che qualcuno possa incarnare meglio di lei il trumpismo, di cui pretende l’esclusiva. Il rischio è che si inneschi una competizione con l’ex generale, con un ulteriore slittamento verso posizioni estreme, incompatibili con la politica estera di un grande paese come l’Italia».
Anche voi, però, nel Pd e dentro la coalizione, siete poco compatti.
«Il Pd ha sempre garantito e garantirà il soste…
«È grave che la maggioranza si sia spaccata sull’Ucraina, su cui Giorgia Meloni si era accreditata nel mondo», attacca Peppe Provenzano, responsabile Esteri del Pd: «La fiducia è una foglia di fico per nascondere le crepe al loro interno. Averla posta significa che hanno paura che anche altri avrebbero potuto seguire le posizioni di Vannacci».
Si tratta della prima fiducia su un dl per Kiev: è una messa alla prova dell’ex generale o c’è dell’altro?
«Il problema è forse ancor più preoccupante e va persino oltre questo voto. La Lega è sotto scacco di Vannacci. E Meloni non vuole nemici a destra: teme che qualcuno possa incarnare meglio di lei il trumpismo, di cui pretende l’esclusiva. Il rischio è che si inneschi una competizione con l’ex generale, con un ulteriore slittamento verso posizioni estreme, incompatibili con la politica estera di un grande paese come l’Italia».
Anche voi, però, nel Pd e dentro la coalizione, siete poco compatti.
«Il Pd ha sempre garantito e garantirà il sostegno a Kiev. Non è una novità che sull’Ucraina serva una discussione chiara con gli alleati. In vista di un programma di governo, su questioni strategiche non ci possono essere divisioni. Non possiamo ripetere l’errore della destra. Ma nel nostro campo non ci sono posizioni filoputianiane».
M5s, Avs e pure la Lega chiedono di far tacere le armi. E voi?
«Siamo entrati in una fase nuova. Putin non vuole la pace, ma la resa. E tuttavia c’è un negoziato in corso. Siamo i primi a dire che l’Europa avrebbe dovuto fare di più sul piano diplomatico. Ma a gennaio il vertice di Parigi, che chiede il cessate il fuoco e di stare al tavolo, ci dice che l’Europa vuol rendere la pace un po’ meno ingiusta e insicura di quanto concordato da Trump e Putin in Alaska. Uno sforzo che chi si professa progressista non può non condividere».
Oggi a Bruxelles è previsto un passaggio decisivo. L’Italia lotterà per una maggiore integrazione europea o frenerà come al solito?
«Il protagonismo al Consiglio europeo l’Italia lo esprimerà con Draghi e Letta, non certo con Meloni. Che si presenta con due zavorre. Le divisioni interne, in una maggioranza su posizioni sempre più nazionaliste. E la subalternità a Trump. Lei vuole un’Europa minima, che nel mondo di oggi vuol dire un’Europa marginale».
Ma l’asse con Merz che derubrica la storica alleanza franco-tedesca non è una buona notizia?
«L’asse con Merz punta a un maggior potere degli Stati, il contrario di quello che serve. La battaglia vera è sul debito comune per fare investimenti, non solo sulla difesa. Come facemmo noi durante la pandemia, è questo che bisogna chiedere alla Germania. I tedeschi lo spazio fiscale ce l’hanno, noi no. Perciò proponiamo un nuovo Next Generation. Altrimenti, dove li troviamo gli 800 miliardi di cui parla Draghi?».
Per fare che cosa?
«Le risorse vanno messe sulla difesa comune europea, non sui riarmi nazionali, coi paesi che continuano a comprare americano. Dobbiamo investire sull’industria europea, sulle tecnologie, sul green deal, abbiamo visto cosa è accaduto a Niscemi. E quando Letta parla di “freedom to stay” sta dicendo che dobbiamo rafforzare non solo il mercato, ma anche la coesione sociale e territoriale».
Lei sogna, onorevole. L’Ue a 27 non è diventata una palude?
«Infatti si tratta di passi necessari che non si possono fare con l’unanimità. Ma Meloni continua a difendere il diritto di veto, che serve al suo amico Orban non certo all’Italia. E, diciamoci la verità, non si possono fare nemmeno a 27, ma con le cooperazioni rafforzate. Un nucleo di Paesi che si unisce e supera questo immobilismo. Meglio due velocità che nessuna».
Quante possibilità ci sono che tale progetto si concretizzi?
«A 70 anni dai trattati di Roma o i Paesi fondatori compiono una svolta federale o l’Europa sarà tagliata fuori dalla storia. Per realizzare una vera autonomia strategica, dopo le minacce di Trump, bisogna recuperare lo spirito di Ventotene, che la nostra premier ha oltraggiato. Servono passi avanti, non indietro come vuole Meloni. L’Europa delle destre, degli egoismi e dei nazionalismi non risponde nemmeno ai nostri interessi nazionali».