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Il sottosegretario delle Nazioni Unite: “Non sempre condividiamo le posizioni di Francesca Albanese”

Thomas Fletcher, sottosegretario Onu per gli affari umanitari (ansa)

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Tom Fletcher, capo di Ocha: “Sbagliato chiedere a Guterres di rimuoverla: lei risponde agli Stati membri che l’hanno nominata”. Il diplomatico è a Roma per presentare il piano da 23 miliardi di dollari che salverà 87 milioni di vite. E sul taglio dei fondi dice: “L’Onu a rischio sopravvivenza”
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ROMA – «Provo simpatia per chiunque finisca sotto attacco per il lavoro che fa, però c’è una separazione netta tra ciò che Francesca Albanese dice e le posizioni del Segretariato delle Nazioni Unite». Il britannico Thomas Fletcher, sottosegretario Onu e capo dell’Ufficio per gli affari umanitari (Ocha), è a Roma e non per parlare di Albanese: sta promuovendo un piano da 23 miliardi di dollari per salvare 87 milioni di vite messe a rischio da conflitti e catastrofi. «Riguarda più gente di quanta ne sia morta nella Seconda guerra mondiale e costa meno dell’1 per cento di quanto il pianeta spenderà in armi e difesa nel 2027», spiega a Repubblica. «L’ho illustrato ai rappresentanti del governo italiano». E tuttavia, la richiesta di Francia e Germania di licenziare la relatrice speciale sui territori palestinesi occupati fa inevitabilmente cadere la discussione anche su Albanese.

La conosce?

«No, non ci siamo mai incontrati. So però cosa significa esporsi su questioni come Israele-Palest…

ROMA – «Provo simpatia per chiunque finisca sotto attacco per il lavoro che fa, però c’è una separazione netta tra ciò che Francesca Albanese dice e le posizioni del Segretariato delle Nazioni Unite». Il britannico Thomas Fletcher, sottosegretario Onu e capo dell’Ufficio per gli affari umanitari (Ocha), è a Roma e non per parlare di Albanese: sta promuovendo un piano da 23 miliardi di dollari per salvare 87 milioni di vite messe a rischio da conflitti e catastrofi. «Riguarda più gente di quanta ne sia morta nella Seconda guerra mondiale e costa meno dell’1 per cento di quanto il pianeta spenderà in armi e difesa nel 2027», spiega a Repubblica. «L’ho illustrato ai rappresentanti del governo italiano». E tuttavia, la richiesta di Francia e Germania di licenziare la relatrice speciale sui territori palestinesi occupati fa inevitabilmente cadere la discussione anche su Albanese.

La conosce?

«No, non ci siamo mai incontrati. So però cosa significa esporsi su questioni come Israele-Palestina, Russia-Ucraina, il conflitto in Sudan… arrivano anche a me gli attacchi. È fondamentale che l’Onu mantenga un approccio neutrale, imparziale e indipendente».

Chi contesta Francesca Albanese sostiene proprio questo, che non sia neutrale. Lei cosa ne pensa?

«Rispondo rifacendomi a quanto detto da Stephane Dujarric, portavoce di Guterres: il Segretario generale non è sempre d’accordo con tutto ciò che Albanese dichiara pubblicamente».

Al punto da giustificare la sua rimozione?

«Facciamo chiarezza. La special rapporteur Onu per la Palestina non dipende dal Segretario, bensì risponde agli Stati membri perché sono loro che l’hanno nominata e sono loro che, eventualmente, possono rimuoverla. Non ha senso chiedere a Guterres».

Nell’intervista a Repubblica della scorsa settimana Guterres ha detto che l’Onu è “sull’orlo di un collasso finanziario”. È così?

«È in gioco la sopravvivenza stessa dell’istituzione. Il Segretario ha parlato con coraggio, sta portando avanti delle riforme tra grandi resistenze e nonostante gli Stati membri non paghino in tempo. Pensi che alcuni pretendono rimborsi per denaro che non abbiamo ricevuto da loro».

L’Onu non funziona come dovrebbe, è abbastanza chiaro a tutti. O no?

«Ci lavoro e, mi creda, so bene che non è perfetta. Tuttavia resta il modo meno imperfetto che abbiamo per gestire differenze. È efficace quando lo sono i 190 e più Stati membri che ne fanno parte, si basa sulla cooperazione».

Come finirà?

«Sopravviveremo e reagiremo: siamo stati costruiti per tempi duri. Dobbiamo però stare sul campo».

Il suo piano di massima priorità per salvare 87 milioni di vite, presentato a dicembre, sta raccogliendo adesioni?

«I segnali sono confortanti. Gli Stati Uniti sono entrati con 2 miliardi di dollari, e in pochi se lo aspettavano. Ue e Germania hanno annunciato contributi importanti. So che altri partner si faranno avanti, li sto incalzando, e a marzo comunicherò l’elenco dei sostenitori».

Qual è la risposta del governo italiano?

«Vede positivamente la riforma dell’Onu e la spinta a una maggiore efficienza. Mi hanno assicurato che l’Italia, tra i primi 20 donatori al mondo, manterrà gli impegni umanitari».

L’anno scorso il budget Onu ha subito una riduzione del 40 per cento. Quali gli effetti sul campo?

«Disastrosi. Le faccio un esempio. A Kunduz, in Afghanistan, ho incontrato madri che avevano perso i figli perché costrette a partorire su una strada dissestata: la clinica era stata chiusa per carenza di fondi»

Qual è la situazione a Gaza?

«Ora distribuiamo 1,6 milioni di pasti caldi al giorno. Prima della tregua i convogli venivano bloccati da Israele, in una giornata buona entravano appena 50-60 camion».

È sufficiente?

«Meglio di prima non significa sufficiente. Il valico di Rafah deve essere aperto ai convogli di merci, non solo ai pedoni. E vanno ridotte le restrizioni sui cosiddetti beni “dual use”».

Teme che il Board of Peace di Trump sostituirà le Nazioni Unite?

«Ho parlato con alti funzionari della Casa Bianca che sono stati molto chiari: non è pensato per sostituire l’Onu. Serve a incanalare l’interesse del presidente per il peacebuilding».

Il piano di ricostruzione presentato da Jared Kushner, coi palazzoni sul mare, è realistico?

«Siamo lontani dalle condizioni per una sicurezza e una giustizia autentiche per palestinesi e israeliani, però vedo un impegno americano reale».

Oltre a Gaza, quali sono le crisi umanitarie che più la preoccupano?

«Il Sudan, per scala: tra 20 e 30 milioni di persone hanno bisogno di aiuto adesso. E mi preoccupano le crisi trascurate: l’Afghanistan, soprattutto per la condizione di donne e ragazze, la Repubblica Democratica del Congo, il Sahel».

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