ROMA – Un ordine del giorno, votato dalla direzione del partito, impegna il governo a non «politicizzare lo scontro» sul referendum. E nonostante tutti i massimi dirigenti di Fratelli d’Italia dicano ufficialmente che qualunque sia l’esito del voto sulla riforma della giustizia non ci saranno ricadute sull’esecutivo, è il viceministro degli Esteri Edmondo Cirielli, coordinatore della direzione nazionale, a dare voce ai veri timori nel partito: riconoscendo, per primo in tutti questi mesi, che «la sconfitta non sarebbe positiva per il governo perché» la separazione delle carriere tra giudice e pubblico ministero è «nel programma e ci crediamo». Inoltre non si può nascondere che «gli altri strumentalizzerebbero e direbbero “ha perso il governo”’».
Ieri a Roma si è riunita la direzione nazionale di FdI: una full immersion sul referendum in un contesto che è cambiato rispetto a poche settimane fa. Adesso i sondaggi vedono il fronte del no alla riforma in risalita e un centrodestra che i…
ROMA – Un ordine del giorno, votato dalla direzione del partito, impegna il governo a non «politicizzare lo scontro» sul referendum. E nonostante tutti i massimi dirigenti di Fratelli d’Italia dicano ufficialmente che qualunque sia l’esito del voto sulla riforma della giustizia non ci saranno ricadute sull’esecutivo, è il viceministro degli Esteri Edmondo Cirielli, coordinatore della direzione nazionale, a dare voce ai veri timori nel partito: riconoscendo, per primo in tutti questi mesi, che «la sconfitta non sarebbe positiva per il governo perché» la separazione delle carriere tra giudice e pubblico ministero è «nel programma e ci crediamo». Inoltre non si può nascondere che «gli altri strumentalizzerebbero e direbbero “ha perso il governo”’».
Ieri a Roma si è riunita la direzione nazionale di FdI: una full immersion sul referendum in un contesto che è cambiato rispetto a poche settimane fa. Adesso i sondaggi vedono il fronte del no alla riforma in risalita e un centrodestra che inizia a dubitare della vittoria e quindi alza l’asticella della scontro. Arianna Meloni, sorella della premier, rivendica l’impegno per una battaglia a favore degli italiani: «La vittoria al referendum non riguarda FdI, ma è interesse della nazione». Uscendo poi dalla sede della convention, a fine lavori, sull’impegno diretto della presidente del Consiglio in questa campagna referendaria, la capo della segreteria garantisce che «ci mobilitiamo» e che anche la sorella ci sta mettendo la faccia: «Mi pare che Giorgia Meloni abbia parlato ampiamente» del referendum.
Sta di fatto che la tensione, quando manca poco più di un mese all’appuntamento del 22-23 marzo, è sempre più alta. Come dimostra il ministro della Giustizia Carlo Nordio che ha intenzione di chiedere conto all’Anm delle donazioni che, da privati cittadini, sta ricevendo il comitato del no. Non solo. Via Arenula affonda un nuovo colpo al Csm. Al centro sempre le parole di Nicola Gratteri, che nei giorni scorsi aveva detto che «voteranno per il sì indagati, imputati, massoneria deviata e centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente». Il Guardasigilli sostiene che «nel suo documento sul caso Gratteri, il Csm è riuscito a comprimere il massimo numero di espressioni contorte nella minima credibilità del loro contenuto». Un giudizio netto, che arriva dopo la presa di posizione di venti consiglieri di palazzo dei Marescialli che hanno chiesto di non «distorcere» le parole del procuratore di Napoli perché sarebbe «una scorciatoia politica». E si sono detti preoccupati di fronte alla possibilità che il Csm venga «trascinato» nel dibattito referendario con «iniziative in chiave disciplinare». Ma a chiedere l’intervento del massimo organo della magistratura italiana è Isabella Bertolini, componente laica e anche segretaria generale del Comitato nazionale “Sì riforma”: «Chiederò al plenum di prendere una posizione».
Contro il procuratore di Napoli anche il presidente emerito della Corte Costituzionale, Augusto Barbera, che definisce quelle di Gratteri parole «ai limiti dell’eversione». Una critica fatta propria dallo stato maggiore di FdI durante la riunione della direzione.
Gratteri però non ci sta a finire sul banco degli imputanti e accusa chi lo critica di «malafede» nell’aver riportato le sue parole. «Io ho detto che i mafiosi, la massoneria deviata, voteranno sì. Io non ho detto che chi vota sì è mafioso, è massone. Sono gli altri che in malafede hanno voluto riportare un dato, una cosa che io non ho assolutamente detto né pensato».
Intanto il fronte del no incassa l’adesione dell’avvocato Franco Coppi. Per lui la riforma non inciderà sulle garanzie dell’indagati, perché in tanti anni di carriera non gli è «mai capitato di sospettare che il giudice desse ragione al pm solo perché fa parte della stessa carriera». E se FdI annuncia di una campagna referendaria «porta a porta», gli avversari sono convinti della «rimonta», come sostiene il presidente M5S Giuseppe Conte. E così la segretaria del Pd Elly Schlein da Napoli invita ad andare a votare per evitare «una magistratura controllata dal governo».