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Romanelli: “Il potere vuole toghe deboli e screditate e le mafie ne approfittano”

Il procuratore di Bergamo Maurizio Romanelli 

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Il procuratore di Bergamo: “Volere un giudice prono rispetto al governo, vuol dire non conoscere le regole dello Stato”
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Maurizio Romanelli è tra i magistrati più stimati, per esperienza e capacità di equilibrio, in Italia: ha cominciato da giudice, poi è stato procuratore aggiunto a Milano, alla Direzione nazionale antimafia e oggi è procuratore a Bergamo. Come tutti è rimasto particolarmente colpito dai toni di questa campagna referendaria.

Ancora di più in questi giorni, dopo il polverone che si è alzato su Nicola Gratteri. Per questo Romanelli, convinto di «votare convintamente no contro una riforma che ritengo profondamente sbagliata quanto al metodo, al merito e agli obiettivi», invita tutti a tenere toni civili.

«Non è un’aria bella e speriamo non ci siano ulteriori peggioramenti: dall’inizio del cammino della riforma c’è stato un livello violentissimo di polemica contro…

Maurizio Romanelli è tra i magistrati più stimati, per esperienza e capacità di equilibrio, in Italia: ha cominciato da giudice, poi è stato procuratore aggiunto a Milano, alla Direzione nazionale antimafia e oggi è procuratore a Bergamo. Come tutti è rimasto particolarmente colpito dai toni di questa campagna referendaria.

Ancora di più in questi giorni, dopo il polverone che si è alzato su Nicola Gratteri. Per questo Romanelli, convinto di «votare convintamente no contro una riforma che ritengo profondamente sbagliata quanto al metodo, al merito e agli obiettivi», invita tutti a tenere toni civili.

«Non è un’aria bella e speriamo non ci siano ulteriori peggioramenti: dall’inizio del cammino della riforma c’è stato un livello violentissimo di polemica contro la magistratura, arrivando a investire singoli giudici, tribunali civili e penali, il tribunale peri minorenni, la Cassazione e poi l’Ufficio centrale per il referendum,con modalità inaccettabili che determinano conseguenze gravi, perché non è un bel Paese quello in cui un potere dello Stato delegittima un altro. Questo fa molto male a chi come me ha a cuore non solo i magistrati, ma la magistratura».

Che intende, procuratore?

«Fa male vedere che il novello Costituente non sa nulla del ruolo svolto dalla magistratura nella storia del Paese a difesa dei cittadini, anche quando altre istituzioni non c’erano o si voltavano consapevolmente dall’altra parte. Dal terrorismo interno, in tutte le sue drammatiche manifestazioni, alle mafie sino all’attacco diretto allo Stato o alla corruzione ai più alti livelli. Tutto questo è potuto avvenire solo grazie alle regole di autonomia e indipendenza della magistratura, grazie a quella Costituzione che si vuole stravolgere. In realtà forse il novello Costituente lo sa. E allora è ancora peggio».

Lei ha indagato a lungo su terrorismo e mafia. Crede che questa riforma possa incidere sulla capacità dello Stato di contrastare quelle organizzazioni?

«Dire che la riforma in quanto tale riduce la capacità di contrasto alle mafie e al terrorismo è di per sé un’affermazione un po’ forte.Ma l’attacco continuo alla magistratura, e lo svuotamento delle garanzie di autonomia e indipendenza, rappresentano invece, come ho sopra detto, fatti gravi: far passare l’idea che i magistrati fanno politica contro il governo o contro “il popolo” ha un effetto di delegittimazione che va a intaccare la tenuta del sistema complessivo e quindi anche l’azione di contrasto ai più gravi fatti criminali. Che le organizzazioni criminali più strutturate, e quindi anche le mafie, prestino attenzione a quello che sta succedendo è un fatto quasi scontato. Anche per questo le istituzioni devono difendere il ruolo della magistratura, non attaccarla e delegittimarla continuamente».

Perché ritiene così sbagliata questa riforma?

«Perché stravolge l’assetto costituzionale della magistratura. Perché cambierà molto non il lavoro “ordinario” di una Procura, ma quello più delicato, che riguarda soggetti forti dal punto di vista economico, finanziario, delle relazioni, con minore tutela del cittadino e dei suoi diritti proprio laddove cresce il bisogno di tutela. È bene ricordare che questa riforma, che nasce con la scusa della separazione delle carriere per garantire il giudice terzo nel processo penale, impatta in realtà su tutti i giudizi, anche quelli civili, dove c’è grande bisogno di un giudice forte, garantito nella sua autonomia e indipendenza. Del resto il novello Costituente ha invocato l’utilità della riforma anche rispetto a settori in cui la terzietà del giudice penale nel processo non c’entra assolutamente niente: dalle decisioni“sgradite” in tema di immigrazione, alle decisioni in tema di fine vita o di nuovi diritti, ai “bambini nel bosco” e ad altre stupefacenti affermazioni di questo tipo. Si vuole semplicemente un giudice diverso, più accondiscendente nei confronti del potere e meno disposto a svolgere la funzione di tutela dei diritti di tutti e di controllo di legalità».

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni vi accusa di «doppiopesismo».

«Ripeto: il giudice nei sistemi democratici liberali non decide sulla base dei desideri dell’autorità di governo, ma applicando la legge con provvedimenti motivati, quindi verificabili e suscettibili di controllo nel sistema giudiziario. Pensare a un giudice che deve essere “prono” rispetto alle politiche di governo, o lamentarsi perché non lo è, significa semplicemente non conoscere le regole fondamentali dello Stato costituzionale di diritto».

Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha evocato il rischio di un ritorno alle Brigate Rosse. Ha ragione?

«Il paragone non è pertinente. Chi ha esperienza sul fronte del contrasto al terrorismo interno e internazionale — forze di polizia specializzate in materia, in Italia di altissimo livello, e magistratura — sa perfettamente che uno degli strumenti per realizzare un contrasto efficace è proprio la capacità di distinguere fatti e fenomeni e di trattare in modo diverso fatti diversi. Accusare “di terrorismo” persone e fenomeni che non c’entrano niente significa solo radicalizzare e fare propaganda, e può avere effetti controproducenti nel medio e lungo periodo».

Dal suo osservatorio, di cosa avrebbe davvero bisogno oggi la giustizia italiana? Quali sono le emergenze concrete che incidono sul vostro lavoro e sul diritto dei cittadini a un giusto processo?

«Difficile dare una risposta sintetica, ma alcune cose sono pacifiche e dovrebbero essere note a chi ha la responsabilità di governo. C’è un primo punto facile e scontato: il sistema deve funzionare e, per farlo funzionare, sono necessari investimenti e intelligenza nella gestione delle risorse. Non si può lavorare efficacemente quando “manca tutto”, dal personale a una tecnologia che risolva i problemi e non li moltiplichi come accade adesso. Sul punto è bene ricordare che per vincolo costituzionale la responsabilità del funzionamento dei servizi della giustizia compete al ministro, non ai giudici o al Csm. Altre cose sono più complesse e richiederebbero approfondimenti: non si può continuare a pensare che il modo migliore per risolvere i problemi della società sia la moltiplicazione dei reati e la continua minaccia del carcere. Dovrebbero saperlo tutti: bisogna fare ricorso al diritto penale solo quando è strettamente necessario. Ancora: le scelte di criminalizzazione devono essere ben ponderate. Colpire continuamente le aree di marginalità o di dissenso e rendere meno effettivo il contrasto alla criminalità dei colletti bianchi, come è avvenuto, è un segnale devastante. Una politica penale seria richiede verifiche di impatto delle riforme che vengono proposte e di quelle introdotte: la politica penale non dovrebbe mai essere sloganistica e funzionale all’acquisizione del consenso».

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