BARI – Quando Elly Schlein arriva in un cinema a Bari color porpora, come i cartelli del no che sventolano a centinaia in platea, le si avvicina un vecchio attivista. Lei lo abbraccia e lo chiama per nome. «Quando ho letto stamattina le parole di Nordio non potevo crederci. E ora non posso credere che siano passate le undici e nessuno del governo abbia ancora detto qualcosa. Capisci quanto è grave tutto questo?». La segretaria del Pd è in città per discutere del referendum. Antonio Decaro è accanto a lei. «E non è scontato, grazie», gli dice stringendogli la mano. Non c’è Michele Emiliano, magistrato, ma è un altro discorso. Schlein appare sinceramente scossa. Ritiene che l’intervista del ministro della Giustizia — che evidentemente non è stata un incidente — segni un punto di non ritorno. «Non è accettabile che un ministro della Repubblica utilizzi parole che alimentano uno scontro istituzionale. Nordio deve scusarsi e la presidente Meloni prendere le distanze. Una guerra tra istituz…
BARI – Quando Elly Schlein arriva in un cinema a Bari color porpora, come i cartelli del no che sventolano a centinaia in platea, le si avvicina un vecchio attivista. Lei lo abbraccia e lo chiama per nome. «Quando ho letto stamattina le parole di Nordio non potevo crederci. E ora non posso credere che siano passate le undici e nessuno del governo abbia ancora detto qualcosa. Capisci quanto è grave tutto questo?». La segretaria del Pd è in città per discutere del referendum. Antonio Decaro è accanto a lei. «E non è scontato, grazie», gli dice stringendogli la mano. Non c’è Michele Emiliano, magistrato, ma è un altro discorso. Schlein appare sinceramente scossa. Ritiene che l’intervista del ministro della Giustizia — che evidentemente non è stata un incidente — segni un punto di non ritorno. «Non è accettabile che un ministro della Repubblica utilizzi parole che alimentano uno scontro istituzionale. Nordio deve scusarsi e la presidente Meloni prendere le distanze. Una guerra tra istituzioni non fa bene al Paese. Ci sono limiti che non vanno superati nemmeno in campagna elettorale, soprattutto sapendo qual è stato l’altissimo prezzo pagato dalla magistratura nella lotta alle mafie», dice. «Paragonare i giudici ai mafiosi è un insulto insopportabile alla memoria di uomini come Paolo Borsellino, Giovanni Falcone, Rosario Livatino, Rocco Chinnici, Cesare Terranova e tanti altri che hanno servito lo Stato pagando con la vita».
Ma quanto accaduto, aggiunge, «va oltre la polemica del giorno. Parole come quelle di Nordio rischiano conseguenze enormi. È irresponsabile che il governo alzi lo scontro istituzionale in questo modo. Cosa accadrà se si continua ad alimentarlo così? Perché le parole pesano».
Di cosa ha paura, Schlein? «Non bisogna dimenticare che il 24 marzo, il giorno dopo il referendum, arriverà comunque, qualunque sia l’esito del voto. Se si sceglie la strada della delegittimazione e della contrapposizione permanente, si mette a rischio la fiducia dei cittadini nelle istituzioni. Noi continueremo a stare nel merito, ma è legittimo chiedersi quale clima si voglia costruire attorno a quella data e a questo percorso di riforma. L’equilibrio tra i poteri non è un dettaglio tecnico, è la sostanza della nostra democrazia».
Schlein sale sul palco e spiega perché il Partito democratico voterà no al referendum. «Non è un voto pro o contro la magistratura. Non è un voto pro o contro un governo. È un voto sulla nostra idea di democrazia. Questa riforma non rende più veloci i processi per le cittadine e i cittadini italiani, non colma le carenze di organico negli uffici giudiziari, non stabilizza i dodicimila precari della giustizia che questo governo rischia di lasciare a casa da giugno. Non migliora l’accesso alle misure alternative, non interviene sul sovraffollamento carcerario che ha toccato punte del 138,5 per cento. In questi anni abbiamo visto il record di suicidi tra i detenuti e tra gli agenti di polizia penitenziaria. Queste sono le urgenze su cui intervenire. E questa riforma non ne affronta neanche una».
Applausi, poi in macchina verso il carnevale di Putignano con il governatore Decaro. «Il sottosegretario Mantovano ha detto chiaramente che questa riforma serve a riequilibrare il rapporto tra politica e magistratura. Meloni, quando la Corte dei conti ha bloccato il progetto del ponte sullo Stretto, in un comunicato scriveva: “Con la riforma della Costituzione e della Corte dei conti metteremo fine a questa insopportabile invadenza”. Il messaggio è: adesso vi facciamo vedere chi comanda. Noi stiamo facendo una campagna nel merito, spiegando perché riteniamo che non serva ai cittadini, perché non migliora la giustizia per loro. Nordio ha detto che questa riforma servirà anche a noi, se dovessimo andare al governo. Ecco: noi torneremo al governo e, quando accadrà, non vogliamo che ci serva. Non vogliamo controllare i giudici, vogliamo che il nostro potere sia soggetto a controllo. I costituenti, dopo i disastri del passato, hanno scritto una Costituzione fondata sull’equilibrio tra i poteri: ogni potere deve incontrare un limite. Questo è il principio».
In tanti, anche nel Pd, pongono problemi sul funzionamento della giustizia. «Certo che la giustizia ha dei problemi e non è perfetta, ma si affrontano migliorando il sistema, non delegittimando i magistrati. Qui c’è un atteggiamento di delegittimazione che preoccupa. E purtroppo credo che non sia una scelta casuale. Abbiamo visto cosa è successo in Polonia con il Pis contro giudici e Corte suprema, in Ungheria con Orbán, negli Stati Uniti con Trump. Non vogliamo il modello Trump né il modello Orbán, governi che puntano sistematicamente a indebolire l’autonomia della magistratura. Noi in Italia siamo fieri di una Costituzione che ha costruito un sistema di pesi e contrappesi, scritta da costituenti di culture diverse che avevano liberato insieme il Paese dal fascismo e dal nazismo e avevano voluto apprendere una lezione dalla storia. Ogni potere deve incontrare un limite adeguato. Non permetteremo che venga imboccata una strada diversa».