Via libera alla fabbrica delle bombe sarda
di Gianluca Di FeoPer il governo nazionale il nuovo impianto bellico Rwm di Domusnovas è “pianamente operativo”. Un verdetto che pone fine alla lunga disfida in cui si sono confrontate le istanze ambientaliste e pacifiste di alcuni movimenti sardi, fatte proprie dalla giunta regionale presieduta da Alessandra Todde, e le esigenze di potenziamento del più importante polo europeo nella produzione di bombe d’aereo.
Una campagna più politica che amministrativa, visto che il complesso realizzato dalla società italiana del Gruppo Rheinmetall è sorto all’interno di una fabbrica esistente nell’isola da decenni ed è stato completato da quattro anni sulla base delle licenze concesse delle amministrazioni locali. Solo quando nel 2021 la struttura è stata terminata, la Regione ha ritenuto di imporre la valutazione di impatto ambientale.
Per il governo nazionale il nuovo impianto bellico Rwm di Domusnovas è “pianamente operativo”. Un verdetto che pone fine alla lunga disfida in cui si sono confrontate le istanze ambientaliste e pacifiste di alcuni movimenti sardi, fatte proprie dalla giunta regionale presieduta da Alessandra Todde, e le esigenze di potenziamento del più importante polo europeo nella produzione di bombe d’aereo.
Una campagna più politica che amministrativa, visto che il complesso realizzato dalla società italiana del Gruppo Rheinmetall è sorto all’interno di una fabbrica esistente nell’isola da decenni ed è stato completato da quattro anni sulla base delle licenze concesse delle amministrazioni locali. Solo quando nel 2021 la struttura è stata terminata, la Regione ha ritenuto di imporre la valutazione di impatto ambientale.
Il ramo italiano di Rheinmetall, che ha investito 45 milioni per costruire la nuova fabbrica, l’ha realizzata e ha ottenuto il 23 settembre il parere positivo alla Via dall’assessore regionale all’Ambiente. Ma la giunta di Cagliari, su proposta della presidente Todde, ha rinviato la decisione finale perché “pone questioni di particolare rilevanza e dal forte impatto, oltreché tecnico, economico, politico e sociale, che richiedono un accurato esame da parte di tutti gli assessori. Non possiamo ignorare che si tratta di un’attività che comporta rischi per il territorio e per la salute delle persone che lo vivono, a partire dagli stessi lavoratori”.
Il 17 ottobre 2025 il Tar ha accolto il ricorso di Rwm e ha dato alla Regione 60 giorni per chiudere l’iter. Non c’è stata risposta e sulla base di questa sorta di silenzio-assenso ieri il ministero dell’Ambiente ha approvato la procedura di valutazione di impatto ambientale, “sbloccando così definitivamente la piena operatività dello stabilimento di Domusnovas”. In pratica, come ha sempre sostenuto l’azienda dal 2021, gli impianti sono totalmente in regola.
“Il via libera rappresenta un passaggio decisivo per il rilancio dell’area del Sulcis – ha commentato Adolfo Urso, ministro delle Imprese e del Made in Italy - Ora massimo impegno per sviluppo produttivo e occupazionale”. Il Mimit valuta che quando sarà a pieno regime l’impianto di Rwm “porterà alla stabilizzazione di centinaia di lavoratori e a nuovi posti di lavoro”.
Con il riarmo europeo innescato dall’invasione russa dell’Ucraina, le catene di montaggio già esistenti a Domusnovas lavorano a ritmo continuo, praticamente H24 e sette giorni su sette: il personale è passato da trecento a 480 addetti. Oltre alle bombe per aerei ordinate dall’Aeronautica e da tutte le aviazioni della Nato, lì si costruiscono le mine marittime hitech di progettazione italiana acquistate dall’Australia e proiettili d’artiglieria destinati all’esercito di Kiev. Inoltre è previsto l’insediamento di una linea per confezionare i piccoli droni kamikaze – tecnicamente chiamati “loitering munitions” – con tecnologia israeliana per le forze speciali del nostro Paese e di altri membri dell’Alleanza atlantica.
Il polo bellico di Rwm è l’unico a creare occupazione in un’area, il Sulcis, dove c’è una profonda crisi. Questo ha provocato un spaccatura trasversale alle amministrazioni e alla popolazione. E non si tratta, come in altre località dell’isola, dell’alternativa tra poligoni militari e turismo: questa parte della Sardegna ha una tradizione mineraria e industriale di cui è orgogliosa. All’Euroallumina di Portovesme stipendi e manutenzione sono bloccati dalle sanzioni contro la Rusal russa, proprietaria della fabbrica, impedendo qualsiasi piano di rilancio. Alla Portovesme srl il colosso Glencore dall’autunno 2021 ha messo in cassa integrazione la maggioranza dei 1200 dipendenti e altri 40 sono nella stessa condizione alla Sider Alloys. Secondo le previsioni del ministero delle Imprese, la nuova filiera garantirà 250 posti in pochi mesi permettendo di riassorbire parte dei cassintegrati.
Nonostante queste prospettive, sindacati e associazioni locali restano contrari a legare il futuro dell’area soltanto al comparto militare. A partire dalla Cgil, domandano un piano di sviluppo industriale che rivitalizzi il Sulcis senza vincolarlo all’attività militare. Una richiesta che finora non ha trovato soluzioni concrete.