È durata quanto un temporale estivo, nemmeno un pomeriggio, la tregua tra il governo e la magistratura che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella aveva chiesto a palazzo Bachelet. Con quello che sembra ormai un marchio di fabbrica – un video postato sui social, come quando annunciando l’avviso di garanzia sul caso Almasri accusò la procura di Roma – la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha attaccato di nuovo i magistrati sul solito argomento: la tutela dei migranti. «Il compito dei magistrati è far rispettare la legge o premiare chi si vanta di non rispettarla?» dice. «Qual è il messaggio che si vuole far passare? Che non è consentito al governo contrastare l’immigrazione illegale di massa, che qualunque legge si faccia una parte politicizzata della magistratura è pronta a mettersi di traverso?».
Giorgia Meloni, nuovo attacco ai giudici: "Risarcire Sea Watch? Decisione che lascia senza parole"
Il caso arriva ancora una volta da Palermo: il tribunale ha condannato i ministeri dell’Interno, dei Trasporti e dell’Economia e la prefettura di Agrigento a risarcire la ong tedesca Sea Watch per il fermo amministrativo della nave Sea Watch 3, bloccata a Lampedusa dal 12 luglio al 19 dicembre 2019. Il conto è di 76mila euro per danni patrimoniali, più 14mila euro di spese di giudizio. È la lunga coda del caso che nell’estate di quell’anno divise il Paese: la comandante Carola Rackete che il 29 giugno forzò il blocco per far sbarcare 42 migranti soccorsi in area Sar libica, l’ingresso nel porto di Lampedusa, il contatto con una motovedetta della Finanza. Rackete fu arrestata con accuse pesanti – dalla resistenza a nave da guerra al favoreggiamento dell’immigrazione – ma nel 2021 il gip di Agrigento archiviò il procedimento.
Sul piano civile la ong aveva presentato opposizione al prefetto contro il fermo. Nessuna risposta. E secondo la normativa il silenzio avrebbe comportato l’accoglimento dell’istanza, con la conseguente cessazione del sequestro. La nave invece rimase bloccata fino al provvedimento d’urgenza con cui, il 19 dicembre, il tribunale ne ordinò la restituzione. Da qui la richiesta e ora il riconoscimento del risarcimento. «Una decisione che lascia letteralmente senza parole», ha detto Meloni nel video pubblicato sui suoi canali social. Che, come lei stessa dice in premessa, non arriva isolato. «Non più tardi di ieri – spiega, facendo riferimento a un altro video in cui attaccava i magistrati in tema di immigrazione – ho commentato la surreale decisione della magistratura di condannare il ministero dell’Interno a risarcire con i soldi degli italiani un immigrato irregolare con 23 condanne alle spalle che lo Stato aveva avuto l’ardire di trasferire nel Cpr in Albania per l’espulsione. Una notizia vergognosa, che sembra una sciocchezza rispetto a quello che è accaduto oggi», riferendosi al caso Sea Watch. «Siamo ostinati – aggiunge – faremo tutto quello che serve per difendere i confini e la sicurezza dei cittadini». Sulla stessa linea il vicepremier Matteo Salvini, che parla di «premio» alla ong: «Il 22-23 marzo -dice - voterò Sì per cambiare questa in(Giustizia) che non funziona».
La replica arriva dal presidente del tribunale di Palermo, Piergiorgio Morosini: «La sentenza è stata emessa da una magistrata competente e preparata, dopo l’esame del materiale probatorio e il contraddittorio tra le parti. Come ogni decisione è impugnabile. Denigrare i giudici per un provvedimento non condiviso o non gradito non ha nulla a che vedere con il diritto di critica», dice il magistrato, storico esponente di Area. Consapevole che quello di ieri è stato l’ennesimo episodio di un film che andrà in scena per un mese almeno. Fino al referendum.