Triste, solitario, ma soprattutto final. Redazione di Raisport a Saxa Rubra, palazzina G1, secondo piano. È mattina e, alla fine del lungo corridoio della direzione, c’è una porta chiusa, da dentro qualcuno alza la voce. L’unico indizio della presenza del direttore-non-più-direttore è quel suv Hyundai nel parcheggio. Che l’auto sia di Petrecca non v’è dubbio, visto che il primo giorno che è arrivato da Rainews, dove l’83 per cento dei giornalisti l’aveva sfiduciato, ha preteso che affiggessero un cartello con su scritto «posto riservato al direttore di Raisport». Dunque è in redazione, con lui il fidato Massimo Proietto, che da inviato a bordocampo della serie C è stato promosso vicedirettore – insieme ad altri cinque - proprio da Petrecca. In questo ultimo giorno da numero uno, il suo numero due più fidato ne raccoglie lo sfogo. Non ha ancora in mente l’ultimo colpo di tacco, quella storia su Instagram in cui pubblica il San Matteo di Guido Reni e un versetto del vangelo. «Uno di voi…
Triste, solitario, ma soprattutto final. Redazione di Raisport a Saxa Rubra, palazzina G1, secondo piano. È mattina e, alla fine del lungo corridoio della direzione, c’è una porta chiusa, da dentro qualcuno alza la voce. L’unico indizio della presenza del direttore-non-più-direttore è quel suv Hyundai nel parcheggio. Che l’auto sia di Petrecca non v’è dubbio, visto che il primo giorno che è arrivato da Rainews, dove l’83 per cento dei giornalisti l’aveva sfiduciato, ha preteso che affiggessero un cartello con su scritto «posto riservato al direttore di Raisport». Dunque è in redazione, con lui il fidato Massimo Proietto, che da inviato a bordocampo della serie C è stato promosso vicedirettore – insieme ad altri cinque - proprio da Petrecca. In questo ultimo giorno da numero uno, il suo numero due più fidato ne raccoglie lo sfogo. Non ha ancora in mente l’ultimo colpo di tacco, quella storia su Instagram in cui pubblica il San Matteo di Guido Reni e un versetto del vangelo. «Uno di voi mi tradirà», è la soluzione del rebus. Con chi ce l’ha? Ma come, è chiarissimo. Uno che diceva, appena nominato a Rainews, «ho le spalle coperte, non possono farmi niente», con chi volete che ce l’abbia? Con chi le spalle gliele ha scoperte, con chi non lo ha difeso. Da dietro la porta chiusa, Petrecca si sfoga: «Nessuno del partito ha speso una parola per me».
Nessuna solidarietà quando i social lo massacravano, quando le sue gaffe alla cerimonia di apertura delle Olimpiadi esplodevano virali e non solo in Italia. Nessuno ha fiatato quando l’attrice Matilda De Angelis, scambiata per Mariah Carey, lo ha sbertucciato. Tutti zitti, quando ha scambiato Kirsty Coventry, presidente del Cio, per Laura Mattarella, non ha riconosciuto Simone Giannelli, il capitano della nazionale italiana di pallavolo maschile, bi-campione del mondo. Ma soprattutto nessuno lo ha difeso in redazione, anzi i giornalisti sportivi hanno iniziato uno sciopero della firma, trascinando dietro in solidarietà quasi tutti i giornalisti della Rai.
Anche adesso che si è dimesso, per Petrecca nemmeno l’onore delle armi. A via della Scrofa la sentenza su di lui è stata emessa e l’appello non è previsto. «Finché era una redazione rossa come Rainews a sfiduciarlo, passi - spiega un uomo di Fratelli d’Italia che conosce il dossier - ma stavolta a non sopportarlo più erano i nostri. Nella redazione sportiva molti sono vicini a UniRai, non sono certo di sinistra, ma quando è troppo è troppo. Prima gli hanno bocciato il piano editoriale, poi questo sciopero...».
Raccontano che Petrecca ci sia rimasto molto male, per questo ha fatto riferimento al “tradimento” di Giuda. Non ce l’aveva tanto con l’amministratore delegato Giampaolo Rossi, come dicono tutti, ma con metà della sua redazione e, soprattutto, con i suoi azionisti di riferimento. Poi, certo, l’uomo sperava di arrivare almeno alla fine delle Olimpiadi, ma come si faceva? Anche l’umore, tendente al nero, ha giocato una parte importante nella decisione di anticipare l’uscita di scena. «Il suo stato d’animo? Come quello di Luciano Spalletti - racconta un giornalista di Raiposrt - quando era stato cacciato dopo la sconfitta con la Norvegia, ma doveva comunque preparare la partita con la Moldova». È così, Petrecca sapeva che la sua esperienza alla guida della testata sportiva era finita, forse la sera stessa della cerimonia d’apertura si è accorto che stavolta l’onda era troppo grande per surfarla.
Con Rainews era stato diverso, ogni volta che lo attaccavano poteva invocare una motivazione politica. Non aveva voluto che il Tg desse la notizia del ministro Francesco Lollobrigida che aveva chiesto una fermata ad personam del Frecciarossa. Si era incaponito a titolare «assoluzione per Delmastro» quella che era solo la richiesta del pm, senza aspettare la sentenza di condanna del sottosegretario. Decisioni e comportamenti - come le dirette dei comizi di Meloni o la partecipazione ad Atreju - che gli sono contestate proteste, dimissioni, sfiducie, alle quali Petrecca poteva sempre opporre la sua fedeltà al partito che lo aveva nominato. Ma alla fine Petrecca ha sorpassato l’unica linea rossa che via della Scrofa non poteva perdonare: il senso del ridicolo.