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Legge elettorale, obbligatorio il nome del candidato premier nel programma

(lapresse)

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La maggioranza potrebbe depositare in settimana il testo alla Camera e al Senato. FdI e il tentativo di dialogo con Schlein. Ma la segretaria chiude al confronto fino al referendum
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ROMA – L’ambizione della maggioranza: depositare già questa settimana il testo della nuova legge elettorale. «Ultimi rilievi tecnici», confermano i colonnelli del centrodestra al tavolo. Da mercoledì in poi ogni giorno potrebbe essere quello buono, salvo incartamenti last minute. La novità: il progetto, con ogni probabilità, sarà presentato in entrambe le Camere, per vedere poi quale ramo risulterà meno ingolfato permettendo un iter più spedito. È uno degli indizi del senso d’urgenza trasmesso da Palazzo Chigi agli alleati: rendere pubblica la proposta prima del 22 e 23 marzo. Per non dare l’impressione che la riscrittura delle regole risponda all’esito delle urne, quale che sia. Il secondo indizio: Giovanni Donzelli, plenipotenziario di FdI, avrebbe sondato la segretaria Pd Elly Schlein per portare le interlocuzioni – fin qui informali, informalissime – al livello successivo: un confronto pubblico. Risposta: «Prima del referendum non se ne parla». Nell’attuale fase di contrapposizion…

ROMA – L’ambizione della maggioranza: depositare già questa settimana il testo della nuova legge elettorale. «Ultimi rilievi tecnici», confermano i colonnelli del centrodestra al tavolo. Da mercoledì in poi ogni giorno potrebbe essere quello buono, salvo incartamenti last minute. La novità: il progetto, con ogni probabilità, sarà presentato in entrambe le Camere, per vedere poi quale ramo risulterà meno ingolfato permettendo un iter più spedito. È uno degli indizi del senso d’urgenza trasmesso da Palazzo Chigi agli alleati: rendere pubblica la proposta prima del 22 e 23 marzo. Per non dare l’impressione che la riscrittura delle regole risponda all’esito delle urne, quale che sia. Il secondo indizio: Giovanni Donzelli, plenipotenziario di FdI, avrebbe sondato la segretaria Pd Elly Schlein per portare le interlocuzioni – fin qui informali, informalissime – al livello successivo: un confronto pubblico. Risposta: «Prima del referendum non se ne parla». Nell’attuale fase di contrapposizione, i dem non ritengono nel loro interesse mostrarsi dialoganti su un testo che «la destra ha proposto per sua convenienza», così ha sempre detto Schlein. Da via della Scrofa, la convinzione è che non andrà meglio dopo la consultazione: «L’opposizione non collaborerà», scommette un dirigente. Non aiuta un elemento fin qui passato in sordina. L’indicazione del candidato presidente del Consiglio – sfumata l’idea di prevederla sulla scheda – sarà obbligatoria nel programma di coalizione da depositare al Viminale. Obbligatoria, non facoltativa. Benzina sul fuoco nella lotta per la leadership a sinistra. Primarie ineludibili.

L’accordo di massima sullo schema c’è da mesi: un proporzionale con premio per chi supera il 40%. Non percentuale, ma fisso: 70 seggi alla Camera e 35 al Senato. Ipotesi ballottaggio se nessuno raggiunge la soglia. E se invece uno degli schieramenti vincesse a Montecitorio e non a Palazzo Madama o viceversa? Due eventualità: un secondo turno nella sola camera in stallo o affidarsi al capo dello Stato. Il dente dolente: le preferenze. I Fratelli hanno ceduto molto agli alleati pur di arrivare a dama (per dire: non volevano i listini di coalizione, e probabilmente ci saranno), ora tengono duro sulla richiesta. Passeggiando nei corridoi di Montecitorio, mercoledì, anche la ministra Casellati ammetteva che sì, è stata Meloni a «rilanciare le preferenze, ma non penso che si faranno: c’è una discussione, non è il tema principale». Eppure, è in testa alle preoccupazioni degli eletti. Nei partiti di maggioranza c’è fibrillazione. Tant’è che la prima versione del testo depositato potrebbe non prevederle. C’è tempo, lungo la via.

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