Malinconico, come l’avvocato. «Che a differenza di tanti penalisti, il 22 marzo voterebbe no». E malinconico pure come referendum: «Perché questo scontro continuo, questo ping-pong polemico di carattere televisivo-mediatico, e soprattutto social, ha veramente stufato. Anche perché crea disaffezione al voto».
Diego De Silva, scrittore di successo, già avvocato e creatore – tra i suoi romanzi – del più famoso legale della fiction italiana, l’avvocato Vincenzo Malinconico appunto (che sul piccolo schermo ha volto e talento di Massimiliano Gallo) è «tremendamente sincero» quando gioca col suo personaggio, per ragionare della riforma Nordio-Meloni. Anche perché c’è una cosa che a De Silva non piace affatto: «È questo caricare di responsabilità gli elettori su temi per i quali dovrebbero mettersi a studiare un’oretta al giorno, prima o dopo i pasti».
De Silva, creatore del più ironico antieroe tra i giuristi. Lei ha aderito a Napoli a una no-stop di cinema che indaga i rapporti tra potere e…
Malinconico, come l’avvocato. «Che a differenza di tanti penalisti, il 22 marzo voterebbe no». E malinconico pure come referendum: «Perché questo scontro continuo, questo ping-pong polemico di carattere televisivo-mediatico, e soprattutto social, ha veramente stufato. Anche perché crea disaffezione al voto».
Diego De Silva, scrittore di successo, già avvocato e creatore – tra i suoi romanzi – del più famoso legale della fiction italiana, l’avvocato Vincenzo Malinconico appunto (che sul piccolo schermo ha volto e talento di Massimiliano Gallo) è «tremendamente sincero» quando gioca col suo personaggio, per ragionare della riforma Nordio-Meloni. Anche perché c’è una cosa che a De Silva non piace affatto: «È questo caricare di responsabilità gli elettori su temi per i quali dovrebbero mettersi a studiare un’oretta al giorno, prima o dopo i pasti».
De Silva, creatore del più ironico antieroe tra i giuristi. Lei ha aderito a Napoli a una no-stop di cinema che indaga i rapporti tra potere e giustizia. E si è detto “veramente scocciato, esausto” di ciò che sente. Cosa pensa di questa riforma?
«Mi lasci fare una premessa. Io voterò no. Per tanti motivi».
E non le piace la canea in corso da mesi.
«Non mi piace per ovvi motivi, spettacolo mediamente trash, compresi i continui attacchi ai giudici, partendo da qualunque caso di cronaca. In più, è controproducente. Alzare i toni fa sì che le persone si allontanino: quindi o evitano le urne, oppure danno un voto irresponsabile. D’altro canto, mica uno può fare un corso di Giurisprudenza prima di chiudersi in cabina elettorale?».
Pensa che bisognava arrivarci anche con un quesito più chiaro?
«La farraginosità o la incomprensibilità dei quesiti, a ogni consultazione, è un capitolo a parte, lasciamo stare. Qui colpisce un altro fatto: il referendum, che è un sacro istituto della democrazia beninteso, andrebbe usato quando c’è bisogno che il popolo nella sua interezza si esprima su scelte di natura etico-politica. Vuoi che si regolamenti il fine vita, sì o no? Lo vuoi il divorzio, oppure no? Su questi temi trasversali e di immediata riconoscibilità, il voto di un operaio delle ferrovie vale esattamente come quello di un presidente di Corte costituzionale».
Sulla riforma della giustizia, invece, c’è bisogno di spiegare i meccanismi e convincere?
«Per forza. Eppure avremmo una classe dirigente che in fondo è pagata per fare quello: non ciò che gli pare, sia chiaro, ma ciò di cui può assumersi la responsabilità, auspicabilmente confrontandosi con le opposizioni, come la Carta già prevede, se proprio vuoi mettere mano alla Costituzione. Ovvero: tutto quello che non è stato fatto, durante i quattro, dicasi quattro, passaggi parlamentari».
Anche questo non le va giù?
«Ecco, il referendum mi pare un subappalto a persone a cui non andrebbe attribuite una responsabilità che non sta a loro prendersi. E tanti rivendicano il diritto a non capirne un tubo. Infatti: o non ne vogliono sapere; oppure, se sono attenti, vorrebbero destreggiarsi ma non riescono. Come Anna, governante di casa mia, cara persona di famiglia».
Che le avrà chiesto un parere, immagino.
«Ovviamente. Avvoca’, io c’aggia vuta’? Cosa fare, mi domanda, per lei sono rimasto al mio vecchio mestiere. Poi tutti possono comprendere, certo. Ma devono investire tempo e conoscenza: sul Consiglio superiore, sui rischi dell’Alta Corte, sul fatto che un conto è la fisiologia dei processi, un altro è l’accusa rivolta ai giudici che sarebbero tutti appiattiti sul pm».
Lei condivide, però, che il voto al referendum sia anche politico.
«Certo. E più non hai tempo per approfondire, più ti fai guidare dalle tue convinzioni. Non dev’essere demonizzato. Io sono un cittadino che ha le sue idee: se vedo il leader del fronte avversario sperticarsi per il Sì, scatto dall’altro lato a gridare No. Non ho stima della visione del mondo, della democrazia che ha quello lì, e prendo la strada contraria. Amen».
E Malinconico, con la sua indolenza pubblica e la privata saggezza, approverebbe?
«Un bel no, tutta la vita».