Un giudizio durissimo sulla riforma Nordio. Nel metodo – «un’iniziativa governativa chiusa a ogni confronto parlamentare» – e nel merito, parlando di «soluzioni, largamente inadeguate» e «soluzioni forzate che prefigurano contraddizioni e criticità assai gravi».
Nel tesissimo dibattito sul referendum – urne aperte il 22 e 23 marzo sulla legge Nordio-Meloni – interviene il vertice della Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo, Giovanni Melillo, con una lunga intervista alla testata on line Giustizia insieme, rivista diretta dalla magistrata Paola Filippi, una piattaforma dedicata al confronto tra magistrati, avvocati, studiosi del diritto e società civile.
Con i suoi pacati toni, Melillo lancia l’allarme su una situazione che mette «in discussione più ampi e delicati equilibri istituzionali», a fronte della Costituzione che rappresenta un «bene comune che deve poter armonicamente riflettere un necessario pluralismo dei contributi di riflessione e proposta», e che non può esser…
Un giudizio durissimo sulla riforma Nordio. Nel metodo – «un’iniziativa governativa chiusa a ogni confronto parlamentare» – e nel merito, parlando di «soluzioni, largamente inadeguate» e «soluzioni forzate che prefigurano contraddizioni e criticità assai gravi».
Nel tesissimo dibattito sul referendum – urne aperte il 22 e 23 marzo sulla legge Nordio-Meloni – interviene il vertice della Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo, Giovanni Melillo, con una lunga intervista alla testata on line Giustizia insieme, rivista diretta dalla magistrata Paola Filippi, una piattaforma dedicata al confronto tra magistrati, avvocati, studiosi del diritto e società civile.
Con i suoi pacati toni, Melillo lancia l’allarme su una situazione che mette «in discussione più ampi e delicati equilibri istituzionali», a fronte della Costituzione che rappresenta un «bene comune che deve poter armonicamente riflettere un necessario pluralismo dei contributi di riflessione e proposta», e che non può essere il terreno di «prove di forza».
Nel merito, il procuratore nazionale antimafia denuncia «soluzioni, largamente inadeguate» e altri interventi «forzati», che «prefigurano contraddizioni e criticità assai gravi». Il rischio? Intaccare la «condizione spirituale» della magistratura e alimentare «processi di ripiegamento burocratico e micro-corporativo».
Melillo parla inoltre di «pressioni politico-mediatiche sistematicamente esercitate per condizionare le indagini più difficili e delicate», soprattutto quelle sulla «corruzione politico-amministrativa e dei mercati d’impresa, del riciclaggio delle ricchezze mafiose, della finanza opaca e delle grandi frodi fiscali». Insomma: una riforma «impossibile da condividere» perché lede la stessa idea di un’architettura costituzionale intesa come patrimonio «delicato e prezioso, per tutti».
Una bocciatura che – lontano dal clamore della quotidiana polemica politica – resta implacabile, perché strettamente tecnica. Ma il cui effetto non è ovviamente indolore per il fronte del sì. Lo testimonia il pesante attacco che arriva, in mattinata, da Enrico Costa, FI, alfiere tra i più agguerriti della riforma. Che non risponde nel merito ai rilievi del procuratore nazionale.
«Gli ultimi tre capi della Procura nazionale antimafia si sono candidati alle elezioni, due con il Pd e uno con i 5Stelle. Pertanto non stupisce che l'attuale procuratore spari a zero sulla riforma –è la reazione di Costa – arrivando a paventare 'pressioni politico mediatiche sistematicamente esercitate per condizionare le indagini più difficili e delicate', proprio dall'ufficio che si è distinto come colabrodo per l'estrazione abusiva di documenti riservati a beneficio di giornalisti per costruire articoli contro esponenti del governo. Inventare di sana pianta che la riforma condizionerà le indagini è uno sfregio al Parlamento e misura il rispetto che certa magistratura manifesta».
Un affondo che entra in un dibattito politico ormai arroventato. «Non facciamoci fregare con la riforma salva-casta», dice ieri anche Giuseppe Conte, all’attacco sul no alla separazione delle carriere, mentre fa brillare le contraddizioni della destra.
Così il leader M5s si prepara così al duello con Nordio, mercoledì prossimo a Palermo, e prova a strappare la scena all’alleata Elly Schlein , la leader dei democratici. Che comunque non mollano la sfida, anzi.
È il presidente dei senatori Francesco Boccia a tracciare ufficialmente il referendum come argine di vitale peso: «È la scelta più importante della legislatura. E sarà un giudizio anche sul governo».
Dal fronte del sì reagiscono. «Non è un referendum sull’azione di Meloni, ma per una giustizia migliore», replica il vicepremier Antonio Tajani. È proprio su quest’ultimo concetto che il presidente M5S, con un video sui social, coglie in fallo la maggioranza sulle «bugie» relative alla riforma. Sequenza veloce, filo d’ironia nello spot di Conte. Da un lato le parole della senatrice-giurista Giulia Bongiorno, avvocata di successo (ieri Andreotti, oggi Salvini), che dice in sintesi: la riforma non avrà alcun impatto su tempi ed efficienza dei processi, la convinzione è figlia dell’«ignoranza». Subito dopo, ecco la più convincente Meloni che giura il contrario: con la riforma Nordio arriverà una giustizia «più efficiente e giusta». Conte chiosa: «Tutto chiaro? Non facciamoci fregare allora: votiamo no».