ROMA – Mercoledì sera, nella sua Palermo, durante il confronto-scontro tra Carlo Nordio e il leader dei 5 stelle Giuseppe Conte, era in prima fila, in versione ultras: applausi al ministro, buu all’avversario. Qualche giorno prima aveva invece chiamato in diretta durante un corso della Scuola superiore della magistratura, suggerendo una domanda per mettere in difficoltà uno dei relatori sul tema della verifica del Paese di origine sicuro.
Giusi Bartolozzi non è soltanto la capo di gabinetto del ministro della Giustizia. È l’anima del corso di via Arenula. Lo è stata in questi mesi e lo è ancora di più in queste settimane referendarie. È stata tra le ispiratrici della riforma così come è stata approvata, con quell’idea dell’Alta Corte che aveva già …
ROMA – Mercoledì sera, nella sua Palermo, durante il confronto-scontro tra Carlo Nordio e il leader dei 5 stelle Giuseppe Conte, era in prima fila, in versione ultras: applausi al ministro, buu all’avversario. Qualche giorno prima aveva invece chiamato in diretta durante un corso della Scuola superiore della magistratura, suggerendo una domanda per mettere in difficoltà uno dei relatori sul tema della verifica del Paese di origine sicuro.
Giusi Bartolozzi non è soltanto la capo di gabinetto del ministro della Giustizia. È l’anima del corso di via Arenula. Lo è stata in questi mesi e lo è ancora di più in queste settimane referendarie. È stata tra le ispiratrici della riforma così come è stata approvata, con quell’idea dell’Alta Corte che aveva già esplicitato quando era parlamentare, eletta nel 2018 con Forza Italia. I giornali la chiamano «la zarina», ma la definizione è riduttiva. Per tutti, nei corridoi del ministero, è «la ministra»: nulla si muove senza la sua supervisione. Dalla disposizione delle auto dei viceministri — inizialmente fatte spostare fuori dal cortile e poi rientrate per motivi di sicurezza — fino alle renne natalizie sistemate su sua esplicita richiesta. Dai profumi per gli ambienti allo spoil system dei dirigenti. Ecco perché ieri, quando alla sua avvocata Giulia Buongiorno è stato notificato l’avviso di conclusione delle indagini, la struttura si è subito schierata in sua difesa. Ha cominciato lei stessa, dando la notizia: «Sono serena e vado avanti», quasi a blindare la sua posizione. Nessuno pensi a un passo indietro. Subito dopo è partito il fuoco di fila. Prima Nordio, poi il viceministro Sisto, quindi l’amico Enrico Costa e a ruota una serie di parlamentari di maggioranza, tutti con dichiarazioni simili: «Solidarietà a Bartolozzi, sorpresi per la tempistica delle indagini». La narrazione è chiara: si colpisce la capo di gabinetto per colpire il governo sul referendum.
Del resto, molti passaggi della campagna comunicativa portano la sua impronta. È sua la firma sulla lettera con cui si chiedeva di conoscere i finanziatori dei Comitati per il no. È stata lei a sollecitare ai tribunali per i minorenni dati su casi simili a quello della “famiglia del bosco”, nella convinzione che proprio la cronaca possa diventare la leva per convincere i cittadini a votare sì, in una narrazione costruita attorno ai casi di mala giustizia. Ma in questi mesi non sono mancati gli inciampi. L’ultimo è stato il passaggio in traghetto verso Capri, insieme al marito, direzione convegno giuridico, con una motovedetta della Guardia di finanza: episodio su cui la procura di Napoli aveva aperto un fascicolo poi archiviato. Nordio l’ha sempre coperta, anche quando da palazzo Chigi non hanno nascosto qualche irritazione per scelte e comportamenti. Nonostante lei e il ministro spingessero per tempi più rapidi, si è deciso di votare separatamente l’autorizzazione a procedere rispetto al suo conflitto di attribuzione. È il prezzo da pagare per non essere «la ministra» per tutti.