ROMA – Il bollino dei leader del centrodestra al “Donzellum” arriva di notte, tra mercoledì e giovedì, a via della Scrofa, riunione fiume tra pizza, birre, mozzarelle, partite di Champions sullo sfondo e schitarrate di Sanremo. E parecchio caffè. Giorgia Meloni, Antonio Tajani e Matteo Salvini intervengono al telefono, interpellati dai rispettivi sherpa, quando è il momento di chiudere. E così ieri pomeriggio, a meno di un mese dal referendum sulla giustizia, la legge elettorale ha preso forma: un testo di 43 pagine cesellato fino all’ultimo e depositato in Parlamento.
È firmato da tutti i capigruppo di maggioranza, anche se la Lega avrebbe voluto esporre qualche peone, per non intestarsi in pieno una battaglia in cui crede poco. Anzi. Il Carrocc…
ROMA – Il bollino dei leader del centrodestra al “Donzellum” arriva di notte, tra mercoledì e giovedì, a via della Scrofa, riunione fiume tra pizza, birre, mozzarelle, partite di Champions sullo sfondo e schitarrate di Sanremo. E parecchio caffè. Giorgia Meloni, Antonio Tajani e Matteo Salvini intervengono al telefono, interpellati dai rispettivi sherpa, quando è il momento di chiudere. E così ieri pomeriggio, a meno di un mese dal referendum sulla giustizia, la legge elettorale ha preso forma: un testo di 43 pagine cesellato fino all’ultimo e depositato in Parlamento.
È firmato da tutti i capigruppo di maggioranza, anche se la Lega avrebbe voluto esporre qualche peone, per non intestarsi in pieno una battaglia in cui crede poco. Anzi. Il Carroccio è il partito con più mal di pancia, alla fine della trattativa. Teme di perdere seggi, anche in caso di vittoria del centrodestra alle prossime Politiche. Rimpiange gli uninominali, cestinati del tutto. Non a caso ieri mattina, ospite di Start su SkyTg24, il capogruppo al Senato, Massimiliano Romeo, esaltava ancora il Mattarellum, «modello ideale» per gli ex lumbard. Al tavolo di via della Scrofa - dove fisicamente erano presenti Giovanni Donzelli per FdI, Stefano Benigni per FI, Roberto Calderoli e Andrea Paganella per la Lega, Alessandro Colucci per Noi Moderati - la premier, al telefono, prova a rassicurare gli alleati: garantisce «ampia disponibilità» a ricompensare le forze minori tramite il listino che distribuirà il nuovo «premio di governabilità». Salvini alla fine dà il via libera. Pure Tajani, che però al telefono s’intrattiene poco, per un problema familiare.
I contatti proseguono per tutta la giornata. Meloni incrocia Tajani a margine del Cdm mattutino e Salvini di pomeriggio, a Palazzo Chigi. FdI, pur di chiudere, già mercoledì notte ammaina la bandiera delle preferenze: l’idea sarà presentata come emendamento in Aula. Chance di riuscita: quasi nulle. Anche perché pure tra i Fratelli non ci sono molti fan. Ieri altra retromarcia: dopo un aspro dibattito a destra, non saranno ridisegnati i collegi. Rimarranno uguali al Rosatellum. I meloniani strappano però il turno di ballottaggio, se la prima coalizione non ottiene il 40% ma almeno il 35%.
Il premio di maggioranza, com’è distribuito, agita intanto la Lega. Calderoli aveva proposto uno schema diverso: assegnarlo sì su base nazionale, a chi arriva primo, ma concentrandolo nelle regioni dove la coalizione è in testa. Dunque soprattutto al Nord, Lombardia, Veneto, Friuli. Regioni leghiste. Invece niente: sarà modellato in base agli abitanti di tutte le regioni. Salvini a sera, tramite una dichiarazione all’Ansa, fa buon viso, ma smarcandosi un po’: «Non ho seguito io la legge elettorale, ma Calderoli e Paganella, mi fido. Dopodiché una legge che dia stabilità serve. Non sono appassionato, ma sembra sia fatta bene». Da fuori, Roberto Vannacci invece s’intesta la crociata sulle preferenze (anti-casta): «Noi siamo in sella con qualsiasi legge, peccato per la mancanza delle preferenze, perché è una sovranità che si toglie al popolo, gli italiani sono stufi delle becere logiche partitiche».
Il generale incassa comunque una soglia di sbarramento gradita, al 3%: non salirà al 4. Il risultato fa felice anche Carlo Calenda, che riservatamente, con il fidato Ettore Rosato, era stato messo a parte delle intenzioni della maggioranza. E che festeggia pure la scomparsa degli uninominali, parola tabù per chi vuole giocare in mezzo ai poli.
FI è la più soddisfatta, all’esito dei negoziati. FdI ha dovuto fare parecchie concessioni, ma aveva una gran fretta di incardinare la proposta di legge prima del referendum. Farlo dopo, in caso di sconfitta, avrebbe dato la sensazione del panico, di un cambio di regole in corsa per non perdere anche le Politiche. I parlamentari meloniani sono stati convocati martedì e mercoledì da Donzelli. L’iter partirà dalla Camera, su richiesta di Lega e FI, che vogliono tenere d’occhio la pratica con Lorenzo Fontana e Nazario Pagano, presidente della commissione Affari costituzionali a Montecitorio, senza affidare tutto ai “fratelli” Ignazio La Russa e Alberto Balboni. L’obiettivo è arrivare a una doppia lettura per l’estate. Così da tenere aperto uno spiraglio di voto anticipato in autunno. Un piano B che intorno a Meloni si valuta, anche se finora è sempre stato scartato.