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Crosetto: “Ero a Dubai senza scorta, in Iran un’accelerazione inattesa. Ora l’Ue deve proteggersi”

Il ministro della Difesa Guido Crosetto 

 (lapresse)

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Il ministro: “Per un impegno istituzionale ho fatto spostare il volo e siamo rimasti bloccati. Lasciare? Non vedo perché”
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Guido Crosetto risponde da Dubai. È una domenica di tensione. Tra poco rientrerà in Italia con un volo militare, di cui dice di aver pagato una tariffa tripla rispetto a quella prevista per gli ospiti. Le opposizioni, intanto, ne chiedono le dimissioni. «E dovrei farmi da parte perché l’Iran ha attaccato gli Emirati?». Parla di tutto: di Khamenei e regime change, dei rischi per i soldati italiani e della libertà per i giovani iraniani.

L’attacco all’Iran infiamma il Medio Oriente. Come valuta questa decisione di Trump?

«Certamente il Medio Oriente è in fibrillazione non da oggi ed è facile prevedere che gli attacchi in corso da entrambe le parti lasceranno segni profondi sui fragili equilibri della regione. Bisogna però anche riconoscere che la morte di Khamenei è una grande sconfitta di quell’estremismo islamico che, dalla rivoluzione di Khomeini del 1979, si è allargato e ha incoraggiato radicalismi sunniti e sciiti in tutto il mondo. È tutto ancora molto incerto, ma non è tutto fos…

Guido Crosetto risponde da Dubai. È una domenica di tensione. Tra poco rientrerà in Italia con un volo militare, di cui dice di aver pagato una tariffa tripla rispetto a quella prevista per gli ospiti. Le opposizioni, intanto, ne chiedono le dimissioni. «E dovrei farmi da parte perché l’Iran ha attaccato gli Emirati?». Parla di tutto: di Khamenei e regime change, dei rischi per i soldati italiani e della libertà per i giovani iraniani.

L’attacco all’Iran infiamma il Medio Oriente. Come valuta questa decisione di Trump?

«Certamente il Medio Oriente è in fibrillazione non da oggi ed è facile prevedere che gli attacchi in corso da entrambe le parti lasceranno segni profondi sui fragili equilibri della regione. Bisogna però anche riconoscere che la morte di Khamenei è una grande sconfitta di quell’estremismo islamico che, dalla rivoluzione di Khomeini del 1979, si è allargato e ha incoraggiato radicalismi sunniti e sciiti in tutto il mondo. È tutto ancora molto incerto, ma non è tutto fosco».

Finisce l’era di Khamenei: è un bene che gli Usa l’abbiano ucciso?

«Non sono uno storico, ma un ministro, e bisogna fare i conti con i fatti. È stato ucciso: ora bisogna lavorare perché da questa situazione oggettiva, che nessuno può cambiare, nascano sviluppi positivi».

Non è comunque un azzardo?

«Bisogna lavorare perché si trovi un nuovo equilibrio in Iran e, di conseguenza, anche nel Medio Oriente. Occorre spingere per un riavvicinamento dell’Iran agli altri Paesi della Regione e affinché diventi una fonte di stabilità e non di conflitto permanente: questo porterebbe a cascata, a un ridisegno degli equilibri in tutto il Medio Oriente e nel mondo islamico in particolare. Serve prudenza ed equilibrio».

Teme una guerra regionale? O peggio, un conflitto globale?

«Non si intravede il rischio di una guerra globale, ma il rischio di una forte instabilità regionale è concreto. Cina e Russia hanno condannato l’attacco e guardano con evidente preoccupazione agli sviluppi, anche per i loro rilevanti interessi strategici ed economici nell’area. Pechino, in particolare, è prudente, al punto da non aver dato alcun segnale di rinvio o cancellazione della visita di Trump prevista a fine mese. Certo, contraccolpi ce ne possono essere, ma finora non si vedono segnali di un allargamento del conflitto».

Ieri però è stato assaltato il consolato Usa in Pakistan.

«L’estremismo islamico ha perso un suo punto di riferimento importante e certo molti non si arrenderanno semplicemente oggi. Mi preoccupa in particolare l’appello alla vendetta rivolto al mondo musulmano dopo la morte della Guida Suprema, perché può alimentare dinamiche emotive e radicalizzazioni difficili da controllare. Bisogna evitare escalation fuori controllo».

Pensa che il popolo iraniano possa ribellarsi? Esiste una possibilità di democrazia in Iran?

«Il popolo iraniano è colto, sofisticato e da decenni vive con elezioni e un dibattito interno, seppur molto limitato e controllato. La voglia di libertà appare inarrestabile. Secondo alcune stime, 30 mila giovani si sono sacrificati per cercare di essere liberi. È un sacrificio enorme che non può essere trascurato. Bisogna lavorare perché ci sia una transizione il più possibile indolore, e non si ripetano le atroci repressioni alle quali abbiamo assistito nelle ultime settimane. I nemici di ieri non devono restare nemici domani».

Potrebbe aprirsi uno scenario venezuelano? Decapitata la leadership, il potere potrebbe restare in mano ai pasdaran?

«Siamo nelle primissime ore, tutto è ancora molto incerto. L’attacco al Venezuela è stato indolore perché era già pronta un’alternativa a Maduro. Qui la transizione è molto più complessa».

Bolton dice che missili iraniani a medio raggio possono raggiungere l’Europa. Possono colpire l’Italia?

«Le capacità balistiche iraniane sono certamente state ridotte dai recenti attacchi e da quelli del giugno scorso e non si conoscono con esattezza le sue attuali capacità operative. La risposta iraniana si è finora concentrata contro gli Stati del Golfo e Israele. D’altro canto, però, esiste un problema generale: l’Ue deve dotarsi di una credibile capacità di difesa contro minacce missilistiche, che potrebbero arrivare non solo dall’Iran, ma magari un domani da altri Paesi».

Quanto rischiano i soldati italiani schierati nel Golfo?

«Il rischio c’è, ma è stato mitigato già da tempo. Già alcuni giorni fa è stata alleggerita la presenza del personale non indispensabile, riviste e provate le procedure di sicurezza così come i piani per far fronte a ogni emergenza. Abbiamo la situazione del nostro personale sotto controllo istante per istante, all’uomo. Personalmente sono orgoglioso di come sta rispondendo il nostro personale. Anche se ovviamente ancora non siamo fuori dalla crisi, al momento le misure si sono rivelate adeguate».

Pensate a un’evacuazione totale?

«No, un’ipotesi del genere non è stata presa in considerazione. Ogni operazione prevede naturalmente dei margini di rischio ed è anche in base a questo che vengono stabiliti dei piani di evacuazione e delle misure per poter gestire tali rischi. Tuttavia le misure prese sono di contenimento del rischio e finalizzate a rendere le missioni più efficaci, non a disimpegnarci e ritirare i contingenti. Come detto, monitoriamo con attenzione, istante per istante, la situazione in ogni area dove siamo presenti e anche più in là, e siamo pronti ad adottare ogni misura che si renda necessaria, anche se ci dovesse essere un’evoluzione negativa. Ma l’evacuazione è la misura più estrema, non siamo a quel punto».

L’Italia ha in qualche modo partecipato all’attacco? E pensa che logisticamente o operativamente possa essere chiamata a sostenere l’offensiva di Usa e Israele nelle prossime fasi?

«Noi non abbiamo preso parte all’attacco; posso dirlo con grande chiarezza. Per quanto riguarda un eventuale supporto alle operazioni in atto, qualora dovessimo ricevere richieste da Usa o Israele, valuteremo caso per caso, insieme al governo e interessando anche il Parlamento, se sarà necessario».

Perché gli Stati Uniti non ci hanno avvisato dell’attacco? Perché i tedeschi sì e noi no?

«Ci hanno avvisato quando hanno avvisato gli altri, ad attacco in corso. Il contatto con gli Stati Uniti è costante anche in queste ore».

Si è trovato nel Golfo, con la sua famiglia in vacanza in quell’area. Come mai era lì?

«Sono venuto perché le informazioni disponibili non lasciavano presagire una tale accelerazione. E quando ho capito che — a differenza di altre volte — ci sarebbe potuto essere anche un attacco agli Emirati Arabi Uniti, ho deciso di portare a casa la mia famiglia. Dovevano partire la mattina (e quindi saremmo arrivati tranquillamente), ma per un mio impegno istituzionale ad Abu Dhabi abbiamo preso il volo del pomeriggio. Il fatto di trovarsi bloccato non è una cosa su cui fare polemica soprattutto perché la reazione che ha colpito Dubai non era stata ipotizzata da nessuno come conseguenza immediata».

C’è polemica sul fatto che è andato lì senza che servizi e governo sapessero. Come replica? E questa scelta la esponeva a qualche rischio personale? L’opposizione chiede dimissioni.

«Io non sono andato di nascosto, ma essendo una questione familiare non ho voluto scorte, né codazzi e ho usato una compagnia aerea civile. Cosa che faccio da tre anni sempre. Anche quando avevo sulla testa una taglia Wagner. Nulla di segreto. Secondo me è un esempio semmai virtuoso. Per il resto non penso che l’opposizione sia preoccupata dei miei rischi personali, ma solo alle polemiche e infatti chiede dimissioni. Per cosa? Perché l’Iran ha attaccato Dubai? Sono preoccupati della mia salute, ma poi fanno polemiche inventate. Non meritano la fatica che ho dedicato al servizio della nazione in questi anni. Lo dico con sofferenza, ma è così».

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