“Referendum troppo politicizzati, ecco perché cresce il non voto”. Il report Legacoop-Ipsos
a cura della redazione PoliticaMilano, seggio fuorisede per il referendum, giugno 2025
Gli italiani sono molto interessati alla politica ma cresce la sfiducia per le urne.
È il “paradosso democratico” del Paese: da un lato, la maggioranza dei cittadini riconosce nelle elezioni e nei referendum strumenti fondamentali della partecipazione; dall’altro, cresce la distanza concreta dalle urne, alimentata da sfiducia, disillusione e fragilità socio-economiche. È questa, in estrema sintesi, la fotografia scattata dai Report FragilItalia elaborati da Area Studi Legacoop e Ipsos.
“Il Paese – sottolinea Simone Gamberini, presidente di Legacoop - è attraversato da una contraddizione: gli italiani non sono indifferenti alla politica, ma al contempo cresce la distanza dalle urne, per sfiducia, avversione e fragilità economiche. Il dato più preoccupante è che oltre sette italiani su dieci non si sentono rappresentati dalla classe politica e che la sfiducia verso i partiti è oggi il principale motore dell’astensione”.
Così se resta elevata (66%) la percentuale degli italiani che si di…
Gli italiani sono molto interessati alla politica ma cresce la sfiducia per le urne.
È il “paradosso democratico” del Paese: da un lato, la maggioranza dei cittadini riconosce nelle elezioni e nei referendum strumenti fondamentali della partecipazione; dall’altro, cresce la distanza concreta dalle urne, alimentata da sfiducia, disillusione e fragilità socio-economiche. È questa, in estrema sintesi, la fotografia scattata dai Report FragilItalia elaborati da Area Studi Legacoop e Ipsos.
“Il Paese – sottolinea Simone Gamberini, presidente di Legacoop - è attraversato da una contraddizione: gli italiani non sono indifferenti alla politica, ma al contempo cresce la distanza dalle urne, per sfiducia, avversione e fragilità economiche. Il dato più preoccupante è che oltre sette italiani su dieci non si sentono rappresentati dalla classe politica e che la sfiducia verso i partiti è oggi il principale motore dell’astensione”.
Così se resta elevata (66%) la percentuale degli italiani che si dichiarano interessati alla politica, pur in calo di 7 punti percentuali rispetto alla rilevazione di giugno 2025, è ancora più ampia (il 73%, 2 punti in più) la quota di chi non si sente rappresentato dalla classe politica attuale; inoltre, più di 6 italiani su 10 (63%) non credono di poter influire, con il proprio voto, sulle decisioni politiche e non sono soddisfatti (il 65%) del funzionamento della democrazia in Italia.
Al diffuso interesse per la politica non corrisponde, dunque, una analoga propensione al voto. Il principale driver dell’astensione risulta la crescente sfiducia nei confronti della classe politica, indicata dal 35% degli intervistati, in crescita di 7 punti rispetto alla precedente rilevazione, seguita dal sentirsi “stufi e arrabbiati” (12%, 1 punto in più), dalla mancanza di un partito che rappresenti (11%, -5 punti), dalla convinzione che il proprio voto non conti e dalla percezione che nessuno parli di questioni importanti per chi vota (entrambe al 7%).
Tra gli aspetti che influiscono maggiormente sull’astensione, al primo posto la disillusione verso i partiti (65%, 2 punti in più), la percezione che nessuno affronti seriamente la pressione fiscale (61%, - 1 punto), l’insoddisfazione per le politiche economiche (60%, in crescita di 8 punti), la scarsa rappresentanza dei propri interessi (59%, +6 punti). In forte crescita anche la mancanza di fiducia nel sistema elettorale (57%, 13 punti in più) e l’assenza di un partito con serie proposte di welfare (55%, + 10 punti). L’incremento più elevato (15 punti) è quello registrato dalla percezione di una diffusa corruzione, espressa dal 48%.
L’astensione non appare però legata prevalentemente a un deficit informativo: solo meno di un terzo degli astenuti (il 29%, in calo di 7 punti) dichiara di non votare perché non sufficientemente informato. Più rilevante risulta invece la dimensione economica: quasi un intervistato su due (il 46%, + 4 punti) afferma che la propria situazione economica personale incide sulla decisione di non partecipare al voto, con picchi tra ceto popolare (64%) e residenti nel Mezzogiorno (61%).
L’indagine contiene anche un focus dedicato allo strumento referendario, che mette in luce un ulteriore paradosso. L’82% degli italiani considera i referendum uno strumento importante per la partecipazione democratica (l’89% tra gli under 30, l’88% tra gli abitanti di città oltre i 100mila abitanti) e il 43% ritiene molto importante votare ai referendum. Tuttavia, l’affluenza reale racconta un’altra storia: negli ultimi appuntamenti con i referendum abrogativi si è attestata su livelli molto bassi (30,6% nel 2025, su lavoro e cittadinanza; 20,4% nel 2022 su giustizia; 31,2% nel 2016 sulle trivelle). Fanno eccezione i referendum costituzionali che hanno registrato una partecipazione significativamente più elevata: il 51,12% al referendum del 2020 sulla riduzione del numero dei parlamentari, il 68,49% a quello del 2016 sulla legge di riforma costituzionale. Dalle risposte degli intervistati emerge, inoltre, che per un italiano su due non vi è differenza tra votare alle elezioni politiche o ai referendum; per uno su tre è più facile votare ai referendum.
Gli aspetti che spingono all’astensione sul voto referendario, sono la percezione che i referendum vengono spesso strumentalizzati dai partiti politici (87%), che spesso non si raggiunge il quorum rendendo inutile la partecipazione (82%), che c’è poca informazione sui contenuti della consultazione (74%), che i quesiti sono formulati in modo poco chiaro (68%), che sono spesso su temi troppo tecnici e complessi (65%).