ROMA – Contrordine: sulla legge elettorale è meglio rallentare un po’. A destra non c’è più fretta di discutere la riforma del sistema di voto, depositata in Parlamento la settimana scorsa, con maxi-premio di maggioranza incorporato. Oggi a Montecitorio si riunirà l’ufficio di presidenza della commissione Affari costituzionali, guidata dal forzista Nazario Pagano. Calendario alla mano, ci sarebbe la possibilità di piazzare per la prossima settimana una seduta dedicata a quello che la destra ha ribattezzato “Stabilicum” e l’opposizione “Meloncellum”. Questa era l’intenzione fino al weekend. Ora invece l’input che arriva dal centrodestra, FdI in testa, è un altro: aspettare il referendum. Il motivo? Intoppi costituzionali da chiarire. E qualche trattativa con l’opposizione, almeno sottotraccia, da portare a dama.
ROMA – Contrordine: sulla legge elettorale è meglio rallentare un po’. A destra non c’è più fretta di discutere la riforma del sistema di voto, depositata in Parlamento la settimana scorsa, con maxi-premio di maggioranza incorporato. Oggi a Montecitorio si riunirà l’ufficio di presidenza della commissione Affari costituzionali, guidata dal forzista Nazario Pagano. Calendario alla mano, ci sarebbe la possibilità di piazzare per la prossima settimana una seduta dedicata a quello che la destra ha ribattezzato “Stabilicum” e l’opposizione “Meloncellum”. Questa era l’intenzione fino al weekend. Ora invece l’input che arriva dal centrodestra, FdI in testa, è un altro: aspettare il referendum. Il motivo? Intoppi costituzionali da chiarire. E qualche trattativa con l’opposizione, almeno sottotraccia, da portare a dama.
Forza Italia da giorni ragiona sul ballottaggio, che nel testo base è previsto per le prime due coalizioni che scavallano il 35% ma non centrano il 40% (la soglia che fa scattare invece il «premio di governabilità»). L’ipotesi è cassare del tutto il secondo turno. Se nessuno raggiunge il 40%, insomma, niente premi. Proporzionale puro. L’ipotesi, secondo ambienti azzurri, convincerebbe anche un pezzo di Pd. L’altro oggetto dei negoziati, neanche a dirlo riservatissimi, è il premio di maggioranza. A destra si valuta una sforbiciata. Obiettivo: ridurre un po’ la dote di 70 deputati e 35 senatori che otterrebbe chi arriva primo, anche con poco più del 40% dei voti. L’opposizione prova a incunearsi nelle crepe del centrodestra. La Lega soffre la cancellazione degli uninominali. Ecco perché +Europa, con Riccardo Magi, presenterà un emendamento per resuscitare il Mattarellum. Per i leghisti era il «modello ideale». Che faranno nel pallottoliere di Montecitorio, a voto segreto? Oggi Roberto Calderoli riunirà le truppe degli ex lumbard.
C’è poi il capitolo preferenze. Giorgia Meloni formalmente le vuole, ma le ha fatte ritirare dal testo, per divergenze con gli alleati. Ora i Fratelli presenteranno un emendamento ad hoc (come il M5S). «Non è una finta», assicurava ieri Giovanni Donzelli in una riunione con i senatori della fiamma. Finito il vertice però Alberto Balboni, presidente della commissione Affari costituzionali di Palazzo Madama, si sbottonava sull’esito dell’operazione: «Tanto le preferenze non le vuole nessuno, Meloni è l’ultima dei samurai». Come dire: non se ne farà nulla. Davanti ai parlamentari (oggi vedrà i deputati), Donzelli promette che pure il premierato non finirà nelle secche del Palazzo: «Si farà entro fine legislatura, la legge elettorale è propedeutica». Roberto Menia intanto mette in guardia sul «rischio brogli all’estero». Si vedrà. «Sulle preferenze non abbiamo cambiato idea», dice uscendo dalla riunione il presidente del Senato, Ignazio La Russa. Che difende l’impianto della riforma: «È una legge contro il pareggio, un gradino di meno di quello che potrebbe accadere con una riforma costituzionale ad hoc». Col premierato, appunto.
La seconda carica dello Stato non risparmia frecciate all’opposizione: «Mi chiedo perché la sinistra anziché rispondere con un’apertura, sia contro la legge elettorale. Se uno pensa di vincere, non può essere contrario». Per la minoranza, la riforma è un asso pigliatutto per le istituzioni: un leader di partito può finire al Quirinale. La Russa non si scompone: «Anche se si votasse oggi la maggioranza potrebbe eleggere il presidente».