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Referendum, Meloni in piazza. Lite su Mantovano e i cattolici

La premier Giorgia Meloni (agf)

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La premier il 12 a Milano. Il sottosegretario: i credenti votano sì. Bachelet: lasci stare i fedeli. Nordio: “Al Csm mercato delle vacche”
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ROMA – Il tam-tam dentro Fratelli d’Italia è partito: «Giorgia ci sarà». Il 12 marzo, al teatro Parenti di Milano e guerra permettendo, la premier terrà il primo (e unico) comizio della sua campagna referendaria. Evento solo di FdI, senza gli altri leader di maggioranza. Manca ancora l’ufficialità nell’agenda della premier, ma lo stato maggiore del partito è stato avvisato: tutti convocati, da Ignazio La Russa in giù. Sull’opportunità di esserci, Meloni ha ragionato fino all’ultimo. E in queste ore, così raccontano dalla sua cerchia, un peso lo ha avuto pure l’escalation in Medio Oriente, perché con la sua gravità e le mille insidie, rischia di offuscare il voto sulla giustizia. Siamo al rush finale, però. Diciotto giorni alla data X. Nel Pd sono meno inquieti: i «nostri» sono già mobilitati, dicono. Mentre nel centrodestra il grande cruccio è l’affluenza. Per questo da un paio di settimane, i big meloniani bisbigliano all’orecchio della leader: solo tu puoi convincere i nostri eletto…

ROMA – Il tam-tam dentro Fratelli d’Italia è partito: «Giorgia ci sarà». Il 12 marzo, al teatro Parenti di Milano e guerra permettendo, la premier terrà il primo (e unico) comizio della sua campagna referendaria. Evento solo di FdI, senza gli altri leader di maggioranza. Manca ancora l’ufficialità nell’agenda della premier, ma lo stato maggiore del partito è stato avvisato: tutti convocati, da Ignazio La Russa in giù. Sull’opportunità di esserci, Meloni ha ragionato fino all’ultimo. E in queste ore, così raccontano dalla sua cerchia, un peso lo ha avuto pure l’escalation in Medio Oriente, perché con la sua gravità e le mille insidie, rischia di offuscare il voto sulla giustizia. Siamo al rush finale, però. Diciotto giorni alla data X. Nel Pd sono meno inquieti: i «nostri» sono già mobilitati, dicono. Mentre nel centrodestra il grande cruccio è l’affluenza. Per questo da un paio di settimane, i big meloniani bisbigliano all’orecchio della leader: solo tu puoi convincere i nostri elettori a recarsi ai seggi.

I sondaggi sono sempre più ballerini. Per la prima volta su Polymarket, la più grande piattaforma di scommesse in criptovalute al mondo, i contrari alla separazione delle carriere sono dati in testa: 52%. A palazzo Chigi ogni giorno c’è un briefing. Un pool di sondaggisti ieri sera è stato convocato dai parlamentari di FdI, per studiare gli ultimi numeri. Ecco perché Meloni, nonostante l’iniziale ritrosia (figlia dello sbandierato «non politicizzare») è pronta alla discesa in campo. Non solo in tv, con due interviste in dieci giorni a Sky e Tg5. I Fratelli preparano anche un comizio bis: il 19 a Roma, al palazzo dei congressi. Ma senza la premier: ci sarà la sorella Arianna, con Carlo Nordio.

Il Guardasigilli continua a essere il front runner del sì, nonostante le polemiche e le sortite sghembe. Dopo il Csm «paramafioso», ieri in un’altra intervista, alla Gazzetta del Mezzogiorno, ha paragonato il consiglio superiore della magistratura a un «verminaio», un «mercato delle vacche». Per poi aggiungere, durante un evento a Bari: «La giustizia risente ancora del fascismo». Vincesse il sì, è la promessa del ministro, la «riforma sarà il primo passo», perché l’intenzione è «mettere mano al codice, soprattutto sulla custodia cautelare». C’è spazio per una stoccata pure all’Anm: «La contiguità con la politica mina il principio di terzietà». Il clima è questo. Il portavoce del comitato del sì, Alessandro Sallusti, ieri ha chiesto al procuratore di Napoli, Nicola Gratteri, di dimettersi, in sostanza, se perdesse il no: «Ne dovrebbe trarre le conseguenze, sarebbe sfiduciato».

Il sottosegretario Alfredo Mantovano intanto prova a reclutare i cattolici: «Voteranno sì» perché, dice testuale, «puntano a una giustizia coerente con la dottrina sociale della Chiesa». Replica di Giovanni Bachelet, portavoce di uno dei comitati per il no: «Lasci stare i cattolici». Il voto del 22 e 23 marzo comunque «non sarà un’apocalisse», per il braccio destro della premier, che non risparmia altre picconate al Csm, nello specifico alla sezione disciplinare: la nuova Alta corte «sanzionerà i magistrati sciatti», cosa che ora non avverrebbe. Il tema della mobilitazione comunque c’è, ammette Mantovano: per il no «il motivo “mandiamo a casa Meloni” è più immediato, mentre è meno semplice argomentare per il Sì, è una riforma tecnica».

Forse anche per questo Meloni ha tutta l’intenzione di salire sul palco. Dall’altro lato dello schieramento, Elly Schlein, comizia da settimane: «Se vince il no, non chiederemo le dimissioni del governo — promette la leader dem — in gioco non c’è il destino delle toghe, ma dei cittadini».

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