Sette anni dopo l’hotel Champagne , ha vinto lui: il grande equilibrista, il magistrato–politico abile in ogni stagione del potere, la toga capace di conquistare partiti e correnti dell’Anm, uffici giudiziari e ministri. E di uscire indenne, grazie ai voti trasversali del vecchio Parlamento, dal più grande scandalo che ha colpito la magistratura italiana, il cosiddetto Sistema Palamara.
Non solo torna a fare il giudice Cosimo Ferri, 55 anni, sottosegretario alla Giustizia dal 2013 al 2018 nei governi Letta, Renzi e Gentiloni, poi deputato, già membro del Csm ed esponente di spicco di Mi, Magistratura indipendente, la corrente più vicina al governo (pur schierata, oggi, per il no). Per inciso: è anche figlio dell’allora potente Enrico, il ministro socialdemocratico del governo De Mita a fine anni Ottanta. Ferri jr rientra dal portone principale, in tutti i sensi, della giustizia italiana.
Dopo tredici anni tra ministero di via Arenula e la Camera, rimette la toga esercitando nel Tribun…
Sette anni dopo l’hotel Champagne , ha vinto lui: il grande equilibrista, il magistrato–politico abile in ogni stagione del potere, la toga capace di conquistare partiti e correnti dell’Anm, uffici giudiziari e ministri. E di uscire indenne, grazie ai voti trasversali del vecchio Parlamento, dal più grande scandalo che ha colpito la magistratura italiana, il cosiddetto Sistema Palamara.
Non solo torna a fare il giudice Cosimo Ferri, 55 anni, sottosegretario alla Giustizia dal 2013 al 2018 nei governi Letta, Renzi e Gentiloni, poi deputato, già membro del Csm ed esponente di spicco di Mi, Magistratura indipendente, la corrente più vicina al governo (pur schierata, oggi, per il no). Per inciso: è anche figlio dell’allora potente Enrico, il ministro socialdemocratico del governo De Mita a fine anni Ottanta. Ferri jr rientra dal portone principale, in tutti i sensi, della giustizia italiana.
Dopo tredici anni tra ministero di via Arenula e la Camera, rimette la toga esercitando nel Tribunale di Roma, trovando peraltro come presidente un amico e collega per il quale si era speso, Lorenzo Pontecorvo. Un colpo di spugna sui patti e le cene del 2019 all’hotel Champagne, tutte intercettate dalla microspia trojan che ha fornito il racconto del Sistema. In cui lo stesso Ferri, con l’ex membro del Csm e leader Anm Luca Palamara e l’allora ministro dem Luca Lotti si erano messi in testa di decidere, tra l’altro, chi dovesse essere il procuratore capo di Roma. Una carriera la sua, letteralmente salvata dal Parlamento: che, nel 2022, dice no (grazie anche ai voti del Pd) alla richiesta del Csm di utilizzare le intercettazioni nel processo disciplinare. Assolto da tutto, il suo rientro in toga a Roma – che appariva impossibile, dopo le restrizioni della legge Cartabia, poi annullate da un’ultima sentenza del Consiglio di Stato – è stata formalizzata ieri al Consiglio superiore della magistratura, in un plenum spaccato. E attraversato da tensioni e interventi polemici. «Noi siamo accusati di applicare una giustizia domestica. E ora chi salva chi, se non la politica?», la denuncia di Area e Unicost.
Sono infatti 14 voti a favore di Ferri (i 7 magistrati di Mi, più i 6 laici di centrodestra con l’altro laico, il renziano Carbone), e 14 le astensioni (i 6 di Area, i progressisti; i 4 di Unicost, più i laici di centrosinistra, assenti gli indipendenti Mirenda e Fontana). Unico voto contrario quello di Mimma Miele di Md: «Malissimo ha fatto il Csm a non impugnare la sentenza del Consiglio di Stato». Il neo-giudice romano Ferri è l’unico a non aver avuto alcuna conseguenza dallo scandalo dell’hotel Champagne: mentre Palamara è stato radiato dalla magistratura (né il tentativo di far cadere uno dei suoi patteggiamenti muterà il quadro delle sue condanne), e ben 5 consiglieri risultano condannati disciplinarmente.
Tutto comincia il 9 maggio del 2019, quando politici e toghe si incontrano nell’hotel romano che evoca bollicine e mani in pasta, c’è Ferri con loro, puntano anche a orientare la scelta del capo dei pm di Roma, il trojan però immortala tutto. E travolge tutti: Palamara è fuori, 5 membri del Csm tutti costretti a dimettersi. Invece, dopo una serie di rinvii e accordi, il 13 gennaio 2022 la Camera salva Ferri: dice no alla richiesta del Csm di utilizzare le intercettazioni nel processo disciplinare contro il tre volte ex sottosegretario alla Giustizia, deputato Pd e poi Iv.
Non è l’unico motivo di frizione al Csm, dove ieri si vota anche per la decadenza del pm Mario Palazzi, oggi procuratore a Viterbo, dal ruolo di membro del direttivo della Scuola della magistratura (Ssm). Dettaglio non da poco: perché il 12, alla ventilata rielezione della presidente della Scuola, Silvana Sciarra, potrebbe mancare il sostegno decisivo. A fine giornata gira una battuta sulle chat delle correnti: «Palazzi fuori, Ferri dentro, E la destra si prende anche la Scuola superiore».