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Referendum, Maraini: “Vedo una voglia di punire i magistrati e limitare la loro libertà”

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La scrittrice annuncia il suo voto contrario: “Fa riflettere la modalità di un governo che decide senza ascoltare il Parlamento. Le scelte della nostra premier virano verso l’autoritarismo”
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Dacia Maraini, lei si è schierata da subito contro la riforma Nordio-Meloni. Ne parlerà anche oggi, a Roma, alla lunga maratona di Magistratura democratica. Cosa c’è di rischioso, per la giustizia e i cittadini?

«Premetto che non essendo un’esperta, ho letto di tutto per orientarmi. E più cercavo di capire, più in me cresceva il sospetto: perché chi governa non cerca di rimuovere la più grande debolezza del nostro sistema, cioè la lentezza dei processi che tutti subiscono, ma insiste sulla separazione tra pm e giudici?».

E la risposta è stata: no, non mi fido?

«È così. Intanto, per come è stata approvata la legge: blindata, a colpi di maggioranza. Fa riflettere la modalità di un governo che decide sul futuro senza ascoltare il Parlamento, quasi fosse una cosa inutile. E poi mi è chiara la loro premessa: i magistrati sono tutti di parte, quindi non oggettivi».

Quasi “un plotone di esecuzione”, giudici “di cui liberarsi” per usare le parole della capa di gabinetto Bartolozzi?

«Stup…

Dacia Maraini, lei si è schierata da subito contro la riforma Nordio-Meloni. Ne parlerà anche oggi, a Roma, alla lunga maratona di Magistratura democratica. Cosa c’è di rischioso, per la giustizia e i cittadini?

«Premetto che non essendo un’esperta, ho letto di tutto per orientarmi. E più cercavo di capire, più in me cresceva il sospetto: perché chi governa non cerca di rimuovere la più grande debolezza del nostro sistema, cioè la lentezza dei processi che tutti subiscono, ma insiste sulla separazione tra pm e giudici?».

E la risposta è stata: no, non mi fido?

«È così. Intanto, per come è stata approvata la legge: blindata, a colpi di maggioranza. Fa riflettere la modalità di un governo che decide sul futuro senza ascoltare il Parlamento, quasi fosse una cosa inutile. E poi mi è chiara la loro premessa: i magistrati sono tutti di parte, quindi non oggettivi».

Quasi “un plotone di esecuzione”, giudici “di cui liberarsi” per usare le parole della capa di gabinetto Bartolozzi?

«Stupisce che chi ha ruoli di tale responsabilità istituzionale non solo parli, ma pensi in questi termini. Tornando a ragionare: per l’esperienza che ho e per quello che so da parenti e amici, i magistrati hanno le loro idee, come tutti, ma in maggioranza assoluta applicano la legge e cercano di accertare i fatti. Eppure, verso di loro, sento una voglia punitiva. A tratti, pura aggressività. Basta vedere come il governo usa i casi di cronaca per attaccare la magistratura nel suo insieme».

Chi è eletto è allergico al controllo?

«C’è questa insofferenza del potere verso la legge e chi la applica. Come se la politica volesse decidere chi e come debba essere giudicato. Ma la democrazia è il contrario. Magistratura, media, ricerca, scuola, sanità dovrebbero essere tutte indipendenti, libere dalla politica».

Una parte della sinistra riformista è per il sì. Sorpresa?

«Non oso pensare che siano in malafede. Perciò ritengo che credano a quello che dicono Meloni e Nordio: che la riforma migliorerà la giustizia. Ma da nessuno di costoro ho sentito ragioni convincenti».

E cosa la colpisce di più?

«Tra i vari elementi: il sorteggio è anomalo e pericoloso, è il rifiuto del merito. Quasi tutti i magistrati hanno contestato questa riforma: dobbiamo pensare che sono tutti estremisti di sinistra, contrari al governo per ideologia?».

In realtà anche la corrente più conservatrice, MI, è sul no.

«E aggiungo: tanti giudici che oggi contestano la riforma sono credibili, stimabili. Penso a tanti, nel mirino, perché nella lotta contro la corruzione e le mafie hanno mostrato coraggio e lealtà. Per questo sono propensa a credere che ci sia una volontà cocciuta di assoggettare, limitare la libertà dei giudici. D’altro canto Nordio ha detto all’opposizione: “La riforma vi sarà utile quando sarete voi al potere”. Più chiaro di così».

Anche da scrittrice, cosa comunica il linguaggio e la postura della premier contro magistrati e sentenze sgradite?

«Avere una donna come capo del governo per me è sempre stata una novità positiva, dal punto di vista simbolico. Ma poi le persone si giudicano dalle scelte che fanno e purtroppo le decisioni della nostra presidentessa virano verso l’autoritarismo (vedi il premierato), verso l’intolleranza e verso forme di misoginia».

Nel clima virulento del referendum si usano le grandi figure scomparse: Falcone, Borsellino, Vassalli. Persino don Sturzo arruolato indebitamente nei sì. C’è chi cita Pasolini. Lei, che gli è stata amica?

«Questa abitudine di tirare Pasolini per la manica mi sembra di una spregiudicatezza inquietante. Lui che in vita è stato sempre attaccato dalle destre, a volte purtroppo anche dalle sinistre. Semmai potremmo dire che era tendenzialmente anarchico, ma è sempre stato dalla parte dei più deboli, indifesi, dalla parte dei diritti sociali contro ogni forma di autoritarismo».

I suoi genitori, Fosco e Topazia, hanno pagato molto duramente la scelta di non aver voluto giurare fedeltà alla Repubblica di Salò. Lei nel libro “Vita mia” racconta il campo di concentramento in Giappone, la sofferenza e la fame vissute con loro. Di fronte alle guerre di oggi, alla forza che domina sul diritto, la memoria basta?

«Devo ammettere che sono molto preoccupata. C’è un vento di nostalgia nei riguardi di un passato che viene idealizzato e falsificato. Ed è pericolosa questa ignoranza che ritrovo anche nelle scuole, quando mi dicono che non sono arrivati a studiare l’ultima guerra, né quello che l’ha provocata. Il futuro si costruisce sulla conoscenza del passato. Dell’ignoranza approfittano sempre i più prepotenti per imporre i loro interessi. L’ignoranza però in questo momento piace, anzi viene esaltata dai social come una forma di libertà. Ma, sia chiaro, la lontananza dalla conoscenza e dal rispetto verso la scienza e verso le competenze non può che portare al caos. Che, da sempre, è usato da chi è economicamente più forte e ideologicamente più conservatore».

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