L’allarme è netto. E quasi inevitabile: con l’allargamento del conflitto in Medio Oriente cresce anche il rischio terrorismo in Europa e in Italia. È uno dei passaggi centrali della relazione annuale dell’intelligence sulla politica dell’informazione per la sicurezza. Un documento che fotografa un mondo più instabile che mai: oggi i conflitti in corso sono 61, il numero più alto dalla Seconda guerra mondiale, mentre il 72 per cento della popolazione globale vive in Paesi governati da autocrazie, contro il 49 per cento del 2004.
Il punto più delicato riguarda proprio la possibile escalation con l’Iran. L’ipotesi era già contemplata nella relazione che analizza lo scenario fino al 2025. Ed evidentemente oggi prende ancora più consistenza. «La minaccia terroristica di matrice iraniana e sciita verso l’Europa è alta da tempo», ha spiegato l’Autorità delegata alla sicurezza della Repubblica Alfredo Mantovano. E il conflitto con l’Iran «incrementa le pulsioni antiamericane e antisraeliane»,…
L’allarme è netto. E quasi inevitabile: con l’allargamento del conflitto in Medio Oriente cresce anche il rischio terrorismo in Europa e in Italia. È uno dei passaggi centrali della relazione annuale dell’intelligence sulla politica dell’informazione per la sicurezza. Un documento che fotografa un mondo più instabile che mai: oggi i conflitti in corso sono 61, il numero più alto dalla Seconda guerra mondiale, mentre il 72 per cento della popolazione globale vive in Paesi governati da autocrazie, contro il 49 per cento del 2004.
Il punto più delicato riguarda proprio la possibile escalation con l’Iran. L’ipotesi era già contemplata nella relazione che analizza lo scenario fino al 2025. Ed evidentemente oggi prende ancora più consistenza. «La minaccia terroristica di matrice iraniana e sciita verso l’Europa è alta da tempo», ha spiegato l’Autorità delegata alla sicurezza della Repubblica Alfredo Mantovano. E il conflitto con l’Iran «incrementa le pulsioni antiamericane e antisraeliane», pur non producendo la stessa mobilitazione registrata negli ambienti radicali in favore della causa palestinese. Il rischio per l’Italia e per l’Europa — hanno fatto notare il direttore dell’Aisi Bruno Valensise e quello dell’Aise Giovanni Caravelli — arriva soprattutto dai lupi solitari e da quelle cellule dormienti che l’intelligence continua comunque a monitorare. Se il Medio Oriente resta il focolaio più caldo, per l’Europa il pericolo strategico principale è rappresentato dalla Russia. Per il Cremlino l’Unione europea è ormai il principale blocco antagonista. E la pressione si manifesta soprattutto attraverso la cosiddetta guerra ibrida: cyberattacchi, disinformazione, operazioni clandestine. Gli attacchi contro infrastrutture critiche nel continente — si legge nella relazione — sono più che quintuplicati tra il 2023 e il 2025.
Sul fronte interno la minaccia più concreta resta quella dell’area anarchica e insurrezionalista. I sabotaggi alle linee ferroviarie contro le Olimpiadi di Milano-Cortina sono indicati come un segnale della capacità di colpire obiettivi sensibili.
C’è poi un fenomeno più recente che preoccupa gli analisti: la radicalizzazione dei minori. Non sempre legata a un’ideologia strutturata, ma spesso alla fascinazione per la violenza. Una deriva alimentata da una progressiva desensibilizzazione ai contenuti estremi che circolano online e che sono accessibili anche su piattaforme social mainstream. È qui che torna il filo rosso della relazione: la tecnologia. «È un acceleratore dei processi ma è anche una vulnerabilità», ha spiegato il direttore del Dis Vittorio Rizzi. L’intelligenza artificiale viene già utilizzata per generare propaganda, organizzare campagne di finanziamento e perfino pianificare attacchi. I chatbot più avanzati possono indirizzare gli utenti verso contenuti estremisti o istruzioni per costruire ordigni. Un caso, quello di un ragazzino che aveva condiviso con un chatbot l’idea di un attentato, è stato individuato anche in Italia.