Niente sembra incastrarsi come dovrebbe. E il legame con Donald Trump presenta un conto sempre più amaro. Giorgia Meloni si muove con cautela, di fronte a una guerra che minaccia anche l’Italia sul piano della sicurezza, dell’energia e della crescita, mettendo a repentaglio il consenso della premier. Ecco perché alcune scelte assunte vacillano dopo poche ore, oppure vengono ribaltate.
Per dire: al mattino la leader si presenta in radio, snobbando il Parlamento. Nel pomeriggio, però, incalzata dalle opposizioni annuncia che sarà alle Camere l’11 marzo (anticipando le comunicazioni del 18, previste alla vigilia del Consiglio europeo). Una scelta che secondo fonti di maggioranza va incontro anche alla sensibilità del Colle, dopo il colloquio dell’altro ieri tra la presidente del Consiglio e Sergio Mattarella.
Non tutte le mosse vanno a segno. La guerra non oscura solo il referendum, genera confusione. La propaganda meloniana prova ad alzare i toni sulla giustizia, finché Fratelli d’…
Niente sembra incastrarsi come dovrebbe. E il legame con Donald Trump presenta un conto sempre più amaro. Giorgia Meloni si muove con cautela, di fronte a una guerra che minaccia anche l’Italia sul piano della sicurezza, dell’energia e della crescita, mettendo a repentaglio il consenso della premier. Ecco perché alcune scelte assunte vacillano dopo poche ore, oppure vengono ribaltate.
Per dire: al mattino la leader si presenta in radio, snobbando il Parlamento. Nel pomeriggio, però, incalzata dalle opposizioni annuncia che sarà alle Camere l’11 marzo (anticipando le comunicazioni del 18, previste alla vigilia del Consiglio europeo). Una scelta che secondo fonti di maggioranza va incontro anche alla sensibilità del Colle, dopo il colloquio dell’altro ieri tra la presidente del Consiglio e Sergio Mattarella.
Non tutte le mosse vanno a segno. La guerra non oscura solo il referendum, genera confusione. La propaganda meloniana prova ad alzare i toni sulla giustizia, finché Fratelli d’Italia sbaglia un post contro i giudici ed è costretto a rimuoverlo. Ma a questo punto è quasi uno (sgradevole) dettaglio: gli italiani, così dicono i primi sondaggi a Palazzo Chigi, sono terrorizzati dagli effetti del conflitto. Potrebbero farla pagare all’esecutivo. La popolarità del presidente degli Stati Uniti diventa una potenziale zavorra in patria, per la premier. Non è lei, forse non a caso, a presentarsi alle Camere per annunciare il via libera all’utilizzo delle basi militari agli Usa. Per adesso c’è il paletto di un uso prettamente logistico, ma se servissero per raid e operazioni cinetiche?
Non funziona neanche il rapporto con l’opposizione. Il Pd, fiutata la difficoltà, fa saltare ogni possibile compromesso sulle risoluzioni, lasciando all’esecutivo il compito di gestire gli effetti della campagna militare della Casa Bianca. E d’altra parte, nulla fa Meloni per costringere le minoranze all’unità nella crisi: non convoca un tavolo a palazzo Chigi alla vigilia del voto – come pure le avevano suggerito alla vigilia emissari del centrosinistra – e diserta l’Aula, preferendo Rtl 102.5. È anche di questo che si lamenta dietro una colonna di Montecitorio Lorenzo Guerini, a capo dell’ala riformista del Pd, con Guido Crosetto.
Non è soltanto la concessione delle basi agli Usa, tra l’altro. I problemi si moltiplicano. Meloni riceve una chiamata da Emmanuel Macron, la prima da parecchio tempo. Colpo a sorpresa del francese. Decidono di coordinarsi per la difesa di Cipro e per rafforzare la missione Aspides contro gli Houthi. Sono segnali di un obbligato disgelo, in una fase di massima criticità. A Meloni, in fondo, è utile per bilanciare almeno un po’ il rapporto con Trump. Difficilmente servirà però a farle cambiare idea sull’adesione all’ombrello nucleare francese: «In nessun caso Parigi intende mettere sotto controllo Ue il suo arsenale nucleare. È un dibattito che non può non tenere conto delle garanzie che già esistono in ambito Nato. Ne discuteremo prima dell’estate al prossimo vertice intergovernativo italo-francese».
Nel frattempo, Palazzo Chigi e la Difesa lavorano al pacchetto di aiuti ai paesi del Golfo. Roma invierà un Samp-T nell’area e questa scelta comporterà anche un aumento degli uomini impiegati in quel teatro. La valutazione sull’entità dell’incremento è in corso. Come indica il sito del ministero della Difesa, quando il sistema fu schierato in Turchia – tra il 2015 e il 2019 - servirono 130 militari e 25 mezzi. E questo perché una singola batteria comprende il radar, la centrale di comando, quattro lanciatori multipli, gruppi elettrogeni e camion logistici. Vanno mobilitati operatori del sistema, tecnici, manutentori, autisti, in alcuni casi anche una “forza di protezione” per la sicurezza. Se l’arma è schierata lontano da una caserma, vanno mobilitati altri trenta soldati per allestire tende, cucine e bagni. In Kuwait - dove c’è già un contingente italiano - potrebbero servire fino a cento militari. Negli Emirati, una sessantina di più.