Iran, l’opposizione: “Meloni continua a scappare”. E Renzi attacca Tajani
di Serena RiformatoSull’«orlo dell’abisso», copyright del ministro della Difesa Guido Crosetto, c’è una grande assente in Parlamento: la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. «È normale che sia qui Tajani a parlare di unità mentre la premier attacca alla radio le opposizioni?», chiede in aula la segretaria Pd Elly Schlein. È al posto vuoto tra i banchi del governo che si rivolgono, uno dopo l’altro, gli affondi del centrosinistra. Il leader M5s Giuseppe Conte preferisce un video social, sguardo in camera rivolto a Meloni: «Ti aspettavamo, invece hai mandato due ministri del tutto inadeguati tra approssimazioni varie e ferie a Dubai». Il fuoco di fila, a fine giornata, dà un risultato a metà e una nuova polemica: la premier riferirà in aula l’11 marzo, anticipando di una settimana le comunicazioni previste il 18 sul Consiglio europeo. Opzione poco ortodossa, chiosa il capogruppo Pd al Senato Francesco Boccia: «Evidentemente non vuole dibattiti in aula nella settimana del referendum». Questione su cui …
Sull’«orlo dell’abisso», copyright del ministro della Difesa Guido Crosetto, c’è una grande assente in Parlamento: la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. «È normale che sia qui Tajani a parlare di unità mentre la premier attacca alla radio le opposizioni?», chiede in aula la segretaria Pd Elly Schlein. È al posto vuoto tra i banchi del governo che si rivolgono, uno dopo l’altro, gli affondi del centrosinistra. Il leader M5s Giuseppe Conte preferisce un video social, sguardo in camera rivolto a Meloni: «Ti aspettavamo, invece hai mandato due ministri del tutto inadeguati tra approssimazioni varie e ferie a Dubai». Il fuoco di fila, a fine giornata, dà un risultato a metà e una nuova polemica: la premier riferirà in aula l’11 marzo, anticipando di una settimana le comunicazioni previste il 18 sul Consiglio europeo. Opzione poco ortodossa, chiosa il capogruppo Pd al Senato Francesco Boccia: «Evidentemente non vuole dibattiti in aula nella settimana del referendum». Questione su cui alla Camera, nel pomeriggio, persino la riunione dei capigruppo finisce con gli stracci che volano. Secondo round pronto e apparecchiato.
Della collaborazione tra le forze politiche auspicata dal titolare della Farnesina Antonio Tajani rimane solo l’invito su carta. Nessun tentativo reale. E così, in Transatlantico, l’ex ministro della Difesa Lorenzo Guerini rimarca l’errore di metodo: «In un momento così grave la maggioranza avrebbe dovuto cercare una risoluzione condivisa, invece ci hanno fatto trovare un testo pronto». Anzi, aggiunge Schlein davanti a un club sandwich in buvette, «non ci hanno proprio cercato, sabato sono stata io a chiamare Tajani». Contatti finiti lì.
Le trattative invece vanno a buon fine tra i tre maggiori partiti del centrosinistra: Pd, M5s e Avs si compattano, esito mai scontato sulla politica estera, in un’unica risoluzione. Linea Sanchez. E infatti, le richieste: «Non autorizzare l’utilizzo delle basi concesse in uso alle forze armate americane in Italia per attacchi militari contro l’Iran»; «Assumere urgenti iniziative per mettere in sicurezza il Paese rispetto a eventuali shock energetici»; «Sostenere in Ue la posizione del governo spagnolo fermamente contraria alla guerra». O almeno esprimere un giudizio politico, assente nelle comunicazioni dei ministri della Difesa e degli Esteri.
Tant’è che in aula a Montecitorio le minoranze si accendono in un applauso sarcastico quando Crosetto, a fine mattinata e solo in replica, dice che sì, l’attacco di Usa e Israele contro l’Iran «certo che è stato al di fuori delle regole del diritto internazionale». «E allora dillo!», urlano dai banchi dell’opposizione. «Le è sfuggito», pungola Schlein nel suo intervento: «Ma vorrei sapere: è la posizione del governo o è solo la sua posizione? Cosa ne pensa Meloni?». È un dibattito fatto di omissioni a destra, e le minoranze le indicano una per una: «Non avete mai pronunciato i nomi di Trump e Netanyahu, i responsabili della guerra», nota il co-leader di Avs Angelo Bonelli, poco prima che i parlamentari del suo partito alzino i cartelli “Fratelli di Trump” e “L’Italia non si Usa”. Timide scintille in confronto ai fuochi d’artificio del Senato. Nonostante +Europa, Azione e Italia viva abbiano presentato risoluzioni proprie, con punti in comune a quella della maggioranza, è Matteo Renzi l’antagonista più affilato dei ministri a Palazzo Madama. In Sala Garibaldi si scalda con i cronisti: «Sono stati in grado solo di dire “nessun italiano coinvolto”: intendevano pure nel governo». In aula, va all’assalto di Tajani, accusato di «raccapricciante mediocrità». È solo l’inizio: «Suggerisce di stare lontani dalle finestre – ironizza – ci manca che dia la ricetta delle tagliatelle e ci chiederemo se alla Farnesina c’è nonna Pina o la gloriosa tradizione della diplomazia italiana...». Replica piccata del ministro: «Facile andare nel Golfo per fare conferenze ben pagate, più difficile tutelare i cittadini italiani». Fine della seduta. Ma l’ex premier si prende l’ultimo colpo di fioretto: «Tajani questa esperienza non può conoscerla perché è improbabile che venga pagato per parlare: al massimo per tacere».