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La crisi spinge il gas made in Usa, gli extracosti a carico dell’Unione

(reuters)

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Gli Stati Uniti arriverebbero a guadagnare un miliardo in più a settimana. A pagare le potenze industriali dell’Asia e l’Europa
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Extra costi, costi di guerra, per chi compra. Extra profitti, profitti di guerra, per chi vende. Proprio come fu con il conflitto in Ucraina, anche quello contro l’Iran ha innescato un grande trasferimento di ricchezza sui mercati globali del gas. Pagano di più gli importatori, cioè Europa ed Asia, che dopo il blocco del metano liquefatto del Qatar hanno visto i prezzi raddoppiare. Incassa di più il grande esportatore rimasto, cioè gli Stati Uniti, che questa guerra l’hanno mossa. Quanto di più? Tutto dipenderà dalla durata della crisi, al momento poco prevedibile. Ai prezzi attuali il margine di profitto di ogni cargo che attraversa l’Atlantico è salito da 25 a 50 milioni di dollari, significa che tutto il gas americano esportato frutta 870 milioni di introiti extra a settimana. Ma salirebbero a 4 miliardi in un mese, se lo stop del Qatar si estendesse così a lungo, e addirittura a 20 miliardi al mese se durasse fino all’estate, stagione chiave per accumulare scorte. I profitti aggiu…

Extra costi, costi di guerra, per chi compra. Extra profitti, profitti di guerra, per chi vende. Proprio come fu con il conflitto in Ucraina, anche quello contro l’Iran ha innescato un grande trasferimento di ricchezza sui mercati globali del gas. Pagano di più gli importatori, cioè Europa ed Asia, che dopo il blocco del metano liquefatto del Qatar hanno visto i prezzi raddoppiare. Incassa di più il grande esportatore rimasto, cioè gli Stati Uniti, che questa guerra l’hanno mossa. Quanto di più? Tutto dipenderà dalla durata della crisi, al momento poco prevedibile. Ai prezzi attuali il margine di profitto di ogni cargo che attraversa l’Atlantico è salito da 25 a 50 milioni di dollari, significa che tutto il gas americano esportato frutta 870 milioni di introiti extra a settimana. Ma salirebbero a 4 miliardi in un mese, se lo stop del Qatar si estendesse così a lungo, e addirittura a 20 miliardi al mese se durasse fino all’estate, stagione chiave per accumulare scorte. I profitti aggiuntivi, alla fine, potrebbe superare quelli generati dalla guerra in Ucraina.

A fare i conti è stato l’autorevole analista del settore Seb Kennedy, creatore della piattaforma Energy Flux. Formula complessa nelle assunzioni, ma lineare nel principio: prezzo di vendita meno costi di produzione e trasporto, prima e dopo lo scoppio del conflitto. Il risultato è un inatteso e benvenuto tesoretto per l’industria americana dell’Lng, che fino a ieri sembrava aver investito molto più di quanto il mercato poteva assorbire. Bolla rimandata invece, chissà per quanto. Anche se va detto che non tutto quel profitto extra è a stelle e strisce. A incamerarlo sono in parte gli estrattori americani, specie quelli che vendono a un prezzo agganciato a quello “finale”, e in parte i grandi trader che prelevano il metano liquefatto sulla costa Usa e poi lo traghettano a destinazione, cioè al miglior offerente. Sono multinazionali come Trafigura e Vitol, ma anche big europei dell’energia come Total, Shell, Eni o Edison.

A pagare l’extra invece sono soprattutto le potenze industriali dell’Asia, primi clienti e orfani del gas qatarino, e l’Europa, che ora competono tra loro per il metano americano. Se è vero che i Paesi Ue non compravano molto Lng dal Golfo, dopo il divorzio della Russia le forniture via nave sono diventate sempre più importante per loro e quest’anno dovrebbe coprire il 45% del fabbisogno. Come si è visto, uno shock si trasmette subito alla Borsa di Amsterdam, riferimento europee per i prezzi, complice la massiccia presenza di investitori speculativi.

La fiammata del metano in questi primi giorni di crisi pesa già sui compratori europei per centinaia di milioni di euro. A cui vanno aggiunti i rincari dell’elettricità, specie in Paesi come Italia e Germania dove i due prezzi sono strettamente legati. Sono tutti costi extra che in ultima analisi pagano i clienti finali, cioè famiglie e imprese. Ma c’è un ulteriore elemento da considerare, cioè che l’Europa esce dall’inverno con un livello di stoccaggi storicamente molto basso: riempirli durante l’estate potrebbe diventare più difficile e sarà sicuramente più costoso. Servono 67 miliardi di metri cubi, l’equivalente di 700 cargo di gas liquefatto, 180 più dello scorso anno, che sarebbero in buon parte gli Stati Uniti a fornirci e il cui prezzo — ha calcolato Reuters — con la guerra si è già alzato di 12 miliardi di euro.

Ripetiamo: tutto dipenderà dalla durata della crisi, che la maggior parte degli analisti prevede ancora limitata. Ma resta il fatto che neppure cinque anni dopo essersi dolorosamente staccata dai tubi russi, l’Europa già si ritrova a fare i conti della sua nuova dipendenza, quella dall’Lng americano. «È un’altra sveglia — dice Seb Kennedy — in questo contesto geopolitico la sicurezza energetica non sarà mai raggiunta se dipendi dalle importazioni, perché mercati violenti e capricciosi sono sempre pronti a morderti

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