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Meloni e la zavorra Casa Bianca, mossa per uscire dall’angolo

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Coinvolta dopo le esclusioni, spinge per un “ritorno alla diplomazia e al dialogo”. Politico: “Trump provoca mal di testa a Roma”
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Ci lavoravano gli sherpa. La telefonata di Emmanuel Macron a Giorgia Meloni, l’altro ieri, ha favorito il disgelo. Sono seguite triangolazioni dei leader su WhatsApp, poco dopo l’alba. Fino all’ultima mossa di Keir Starmer: «Parliamoci». Anche la premier rivendica un ruolo nella ricucitura. Di certo si ritrova così, dopo mesi di esclusioni e di trumpismo ormai quasi insostenibile, al tavolo degli E3. È ossigeno nel momento di massima difficoltà. Ma è soprattutto un segnale obbligato di compattezza europea. Figlio, come sempre, dell’emergenza.

La notizia del vertice viene diffusa da Downing Street. Circostanza che subito Palazzo Chigi sottolinea, a supporto di questa tesi: per Meloni non è importante mostrarsi di nuovo al tavolo europeo che conta, ma lavorare sulla crisi. E però, la confusione degli ultimi giorni dimostra la necessità di cambiare paradigma per provare a uscire dall’angolo. Una zavorra, quella trumpiana, che rischia di colpire il suo governo su molti dossier, alcun…

Ci lavoravano gli sherpa. La telefonata di Emmanuel Macron a Giorgia Meloni, l’altro ieri, ha favorito il disgelo. Sono seguite triangolazioni dei leader su WhatsApp, poco dopo l’alba. Fino all’ultima mossa di Keir Starmer: «Parliamoci». Anche la premier rivendica un ruolo nella ricucitura. Di certo si ritrova così, dopo mesi di esclusioni e di trumpismo ormai quasi insostenibile, al tavolo degli E3. È ossigeno nel momento di massima difficoltà. Ma è soprattutto un segnale obbligato di compattezza europea. Figlio, come sempre, dell’emergenza.

La notizia del vertice viene diffusa da Downing Street. Circostanza che subito Palazzo Chigi sottolinea, a supporto di questa tesi: per Meloni non è importante mostrarsi di nuovo al tavolo europeo che conta, ma lavorare sulla crisi. E però, la confusione degli ultimi giorni dimostra la necessità di cambiare paradigma per provare a uscire dall’angolo. Una zavorra, quella trumpiana, che rischia di colpire il suo governo su molti dossier, alcuni assai lontani dalla geopolitica. Iniziano ad accorgersene anche fuori dai confini, tra l’altro: ieri la testata Politico, che aveva esaltato la presidente del Consiglio come leader forte dell’Europa, titolava: «Gli attacchi di Trump all’Iran provocano il mal di testa a Meloni prima del referendum decisivo in Italia». È un timore avvertito da giorni ai vertici del melonismo, a causa di un dato condiviso dai sondaggisti: il conflitto in Medio Oriente oscura la tornata elettorale, indebolisce la mobilitazione, penalizza la campagna del Sì.

Nasce anche da questa consapevolezza — oltre che, ovviamente, dall’allarme per la potenziale crisi economica, energetica e migratoria — il tentativo dell’esecutivo di spostare Roma su una posizione meno trumpiana del passato. Un indizio? La dichiarazione della premier postata ieri mattina sui social: «La priorità — dice la leader — è proteggere i nostri connazionali e lavorare, insieme ai nostri principali partner e alleati, per sostenere ogni iniziativa che possa condurre a un ritorno alla diplomazia e al dialogo tra le parti».

Ma non basta. «Come concordato con il Parlamento — ricorda Meloni — nei prossimi giorni sarò in Aula». Un approccio morbido, soprattutto se si pensa che poche ore prima aveva preferito Rtl 102.5 alle Camere. Ma anche un modo per restare nel solco delle altri capitali europee. Con loro fissa alcune parole d’ordine: le basi agli americani solo per scopi logistici, l’invio di materiale militare prettamente difensivo ai paesi del Golfo. Sono messaggi alle opinioni pubbliche Ue, ostili alla guerra di Trump. Meloni sente anche il turco Recep Tayyp Erdogan per esprimere solidarietà dopo «l’ingiustificabile attacco missilistico di cui è stato oggetto» il paese. Resta invece congelata, almeno per ora, l’idea di un incontro tra i big continentali e il segretario generale della Nato Mark Rutte, pure circolata ieri per alcune ore.

Certo, la premier proverà a sentire il presidente Usa appena possibile, dopo il viaggio di Friedrich Merz alla Casa Bianca e la telefonata tra Emmanuel Macron e il tycoon. Ma a sera Roma sembra insistere soprattutto sui contatti con Parigi, Londra e Berlino. I missili su Teheran stravolgono equilibri, rimodulano strategie, ridisegnano le priorità.

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