C’è un vuoto di risposte che riempie l’attesa di mercoledì 11 marzo, quando la presidente del Consiglio Giorgia Meloni si presenterà in Parlamento per riferire sul conflitto in Iran e le sue conseguenze. La prima: cosa fa il governo, in concreto, per fermare la crisi? Un passaggio soprattutto del dibattito di giovedì in aula è rimasto indigesto alla segretaria del Pd Elly Schlein: in replica, il ministro della Difesa Guido Crosetto, con candore, si è spinto a dire che «nessuno al mondo può convincere Israele o gli Stati Uniti a interrompere questa guerra». Neppure «tutti i Paesi Ue uniti». La leader dem, parlando con i suoi, non si capacita di questa dichiarata impotenza: almeno, osserva, «chiedetegli di fermarsi». Il richiamo alla «diplomazia» sottoscritto dalla premier con Regno Unito, Germania e Francia è troppo timido, per le opposizioni: «Meloni deve venirci a dire che non ci trascina in questa guerra», ragiona con Repubblica il responsabile Esteri del Pd Peppe Provenzano, a marg…
C’è un vuoto di risposte che riempie l’attesa di mercoledì 11 marzo, quando la presidente del Consiglio Giorgia Meloni si presenterà in Parlamento per riferire sul conflitto in Iran e le sue conseguenze. La prima: cosa fa il governo, in concreto, per fermare la crisi? Un passaggio soprattutto del dibattito di giovedì in aula è rimasto indigesto alla segretaria del Pd Elly Schlein: in replica, il ministro della Difesa Guido Crosetto, con candore, si è spinto a dire che «nessuno al mondo può convincere Israele o gli Stati Uniti a interrompere questa guerra». Neppure «tutti i Paesi Ue uniti». La leader dem, parlando con i suoi, non si capacita di questa dichiarata impotenza: almeno, osserva, «chiedetegli di fermarsi». Il richiamo alla «diplomazia» sottoscritto dalla premier con Regno Unito, Germania e Francia è troppo timido, per le opposizioni: «Meloni deve venirci a dire che non ci trascina in questa guerra», ragiona con Repubblica il responsabile Esteri del Pd Peppe Provenzano, a margine di un convegno sull’Ue organizzato dalla ridotta riformista dem. «Perché – spiega – stare nel campo di Trump e Netanyahu significa stare contro il diritto internazionale, contro il multilateralismo, per la legge del più forte. E questo è il campo della guerra». Poco prima, presente allo stesso evento, è l’ex premier Paolo Gentiloni a esprimere la sua preoccupazione: «Come finirà in Iran mi pare che non lo sappia neanche Trump» che, cita De Gregori, «non sa dove andare, comunque ci va». E questo, aggiunge l’ex commissario Ue, «richiederebbe da parte nostra di prendere le distanze. Sembra ovvio, ma a quanto pare non lo è».
La sintonia con la linea ufficiale del partito di Elly Schlein finisce lì. Per il resto, Gentiloni si fa capofila dei riformisti in platea che non hanno il poster di Pedro Sánchez in camera: «È un amico», premette. «Ma dire “No alla guerra” non basta». Gli fa eco la vicepresidente dell’Europarlamento Pina Picierno: «Dobbiamo smetterla di invocare il Papa straniero». E se Gentiloni ritiene che il «dispositivo della risoluzione di maggioranza non fosse così terribile» e che in vista dell’11 sarebbe meglio «convergere» su un testo bipartisan, Provenzano segna le colonne d’Ercole: «Tra noi e la destra si è aperta una voragine: Trump». L’ostacolo non è solo nei rapporti con gli alleati del centrosinistra. Tutti insoddisfatti delle iniziative messe in campo finora dall’esecutivo: «Una gestione pericolosamente dilettantesca della sicurezza nazionale», commenta il vicepresidente M5S Stefano Patuanelli. «Un’imbarazzante inconsistenza mentre il mondo scivola verso la guerra globale», per il co-leader di Avs Angelo Bonelli. Non senza conseguenze, rimarca Riccardo Magi di Più Europa: «Gli italiani pagano in bolletta l’amichettismo Meloni-Trump».