È il giorno della discesa ufficiale, a gamba tesa. «La sinistra ha sempre usato la giustizia quando non riusciva a vincere le elezioni». Ma ora basta, promette Giorgia Meloni. Un video-comizio di 13 minuti e 56 secondi sui social.
Basta indugi, il referendum è una sfida cruciale e a politicizzare la «sacrosanta riforma», come la definisce, ci pensa direttamente lei, stretta tra sondaggi che non tranquillizzano e il fattore guerra che, incrementando l’astensione, può spingere il no. «Il 22 e 23 marzo sarete chiamati a votare, è importante che si voti sì», illustra la premier. Che ribatte a «polemiche, menzogne, storture», insomma alle balle «da fantascienza: per cui noi vorremmo sottoporre la giustizia alla politica». Sul resto, conferma: i magistrati «hanno un potere enorme e se sbagliano non pagano», con noi «saranno finalmente giudicati da un organismo terzo» e arriverà «una giustizia più più efficiente. Votate sì pensando ai vostri figli». E non cadete nella trappola: con l’eventua…
È il giorno della discesa ufficiale, a gamba tesa. «La sinistra ha sempre usato la giustizia quando non riusciva a vincere le elezioni». Ma ora basta, promette Giorgia Meloni. Un video-comizio di 13 minuti e 56 secondi sui social.
Basta indugi, il referendum è una sfida cruciale e a politicizzare la «sacrosanta riforma», come la definisce, ci pensa direttamente lei, stretta tra sondaggi che non tranquillizzano e il fattore guerra che, incrementando l’astensione, può spingere il no. «Il 22 e 23 marzo sarete chiamati a votare, è importante che si voti sì», illustra la premier. Che ribatte a «polemiche, menzogne, storture», insomma alle balle «da fantascienza: per cui noi vorremmo sottoporre la giustizia alla politica». Sul resto, conferma: i magistrati «hanno un potere enorme e se sbagliano non pagano», con noi «saranno finalmente giudicati da un organismo terzo» e arriverà «una giustizia più più efficiente. Votate sì pensando ai vostri figli». E non cadete nella trappola: con l’eventuale bocciatura «io non mi dimetto». Contenuti agguerriti, insomma, foderati dall’analisi in toni pacati. Peccato che a far saltare il clima istituzionale, di lì a poco, ecco un colpo che Meloni non può sospettare. È un altro caso Giusi Bartolozzi.
Spuntano i video con le esternazioni choc della capa di gabinetto di via Arenula. Che, indagata a Roma per il caso Almasri, in un dibattito tv, spara: «Il penale uccide le persone. Ho un’inchiesta in corso, io scapperò da questo Paese». E addirittura: «Votate sì e ci togliamo di mezzo la magistratura, che è pilota... sono plotoni di esecuzione».
Si scatena il centrosinistra: Pd, M5s, Avs. Contro la premier e contro la zarina del Ministero. Due bersagli grossi in un colpo solo. «Bartolozzi in 13 secondi sbugiarda i 13 minuti di Meloni», attaccano le dem Debora Serracchiani e Simona Bonafè. «E Meloni basta show, governi: le sue vere intenzioni squadernate dalla capa di gabinetto», accusa Giuseppe Conte. Per Bonelli e Fratoianni di Avs: «Se non si dimette lei subito, deve cacciarla Nordio». La bufera manda su tutte le furie la premier, Palazzo Chigi pretende che Bartolozzi si scusi per stoppare l’onda montante. E non è un caso che a tarda sera sia proprio il ministro Nordio a firmare un comunicato che sconfessa, per la prima volta, la linea della capogabinetto.
«Quelle affermazioni sono apparse un attacco all’intera magistratura – chiarisce il Guardasigilli –ma la riforma non intende indebolire» le toghe, «anzi restituisce loro prestigio e autorevolezza». Ergo, Bartolozzi «non avrà alcuna difficoltà a scusarsi per parole non rispecchiano la sua stima» per quell’ordine di cui lei stessa, da giudice, «fa parte».
A due settimane dal voto, il giorno di massima tensione si apre con il meditato lungo messaggio della premier. Questo voto, premette, «riguarda tutti gli italiani, più di quanto sappiano», la magistratura «incide su ogni aspetto della vita sociale, decide su tutto, «ha un potere enorme». Ma non paga mai e voi ne siete vittime, è il senso, con noi cambia la musica. «È anche l’unico caso — scandisce Meloni, aiutata da una grafica che ne ingigantisce le parole — in cui a questo potere quasi mai corrisponde un’adeguata responsabilità. Perché se un magistrato sbaglia, è negligente, se dimentica in carcere un imputato per quasi un anno oltre la scadenza, non accade assolutamente nulla: quel giudice fa carriera». Quindi è una menzogna che la destra voglia «condizionare i magistrati», anzi — attacca — «il vero problema che ha la sinistra è che noi li liberiamo da quel condizionamento. La sinistra ha sempre usato la giustizia».
Così, auspica, con la modifica di «pochi articoli della Costituzione», in realtà sono sette, «si avvicina l’Italia alla gran parte dei Paesi europei, dove la separazione tra pm e giudici già esiste»: eludendo il corollario che in quei sistemi è stabilita una diretta o indiretta dipendenza del pm dall’esecutivo. Analisi a cui replica anche Giovanni Bachelet dal fronte del no: «Il problema per lei non è la riforma, ma la Costituzione», perché «i controlli di legalità stanno stretti alla premier, secondo cui chi vince le elezioni può fare ciò che gli pare». Poche ore ed esplode anche il caso Bartolozzi. «Un sì e ci togliamo di mezzo la magistratura, che è pilota… sono plotoni di esecuzione», è una delle perle della capa di gabinetto, da una tv siciliana. E poi, nella foga, esplode: «Io scappo dall’Italia. Diciamolo, finché le cose non ci capitano sulla pelle, non avete idea di che cosa vuol dire». Indignazione delle opposizioni. Ilaria Cucchi. che partecipava al dibattito, accusa: «È la conferma che la riforma della destra disegna una giustizia a misura di colletti bianchi». Una bufera che, a sera, ormai oscura e ribalta i toni felpati di Meloni. Circostanza che a Palazzo Chigi nessuno ha gradito.