ROMA – Arroccata nel fortino di via Arenula decidendo cosa fare, la capo di gabinetto del ministero della Giustizia, Giusi Bartolozzi, per diverse ore non risponde al telefono. Persino le chiamate del Guardasigilli Carlo Nordio sarebbero squillate a vuoto per diverso tempo.
Il segnale che da palazzo Chigi già dal mattino viene inviato in direzione dicastero è chiaro: Giorgia Meloni pretende delle scuse anche per non correre il rischio di inficiare il risultato del referendum sulla separazione delle carriere per colpa di alcune frasi considerate gravissime e fuori luogo. In particolare quella in cui la zarina di via Arenula parla della magistratura come un «plotone di esecuzione» da «togliere di mezzo». Bartolozzi però decide di non scusarsi nonostante lo stesso Nordio in mattinata avesse annunciato un epilogo decisamente diverso.
«Sono certo che la dottoressa si scuserà per un’espressione che può essere stata interpretata in modo improprio», diceva da Torino il Guardasigilli. E i…
ROMA – Arroccata nel fortino di via Arenula decidendo cosa fare, la capo di gabinetto del ministero della Giustizia, Giusi Bartolozzi, per diverse ore non risponde al telefono. Persino le chiamate del Guardasigilli Carlo Nordio sarebbero squillate a vuoto per diverso tempo.
Il segnale che da palazzo Chigi già dal mattino viene inviato in direzione dicastero è chiaro: Giorgia Meloni pretende delle scuse anche per non correre il rischio di inficiare il risultato del referendum sulla separazione delle carriere per colpa di alcune frasi considerate gravissime e fuori luogo. In particolare quella in cui la zarina di via Arenula parla della magistratura come un «plotone di esecuzione» da «togliere di mezzo». Bartolozzi però decide di non scusarsi nonostante lo stesso Nordio in mattinata avesse annunciato un epilogo decisamente diverso.
«Sono certo che la dottoressa si scuserà per un’espressione che può essere stata interpretata in modo improprio», diceva da Torino il Guardasigilli. E invece nulla di fatto.
Il secondo piano del ministero è un bunker. La capo di gabinetto, chiusa nel suo ufficio, resiste contro tutto e tutti. Terrore e gelo intorno a lei. Nessuno osa avvicinarsi alla sua stanza. Si registra solo un breve colloquio con il segretario particolare e nulla più. La rabbia della premier, con il passare delle ore e preso atto di questo lungo silenzio, monta sempre di più anche perché domani a Milano è in programma un evento per il sì al referendum, al quale parteciperanno tra gli altri Nordio, Luca Palamara e i direttori delle testate di destra. Insomma, non sono permessi passi falsi.
La premier, ieri, è stata in contatto con il Guardasigilli insistendo per un comunicato di scuse, vidimato da Bartolozzi, per mettere fine a questa storia. Nordio fa tutto il possibile. Finalmente riesce a parlare con la sua capo di gabinetto, che però respinge ogni richiesta di correggere il tiro rispetto alle dichiarazioni rilasciate nel corso della trasmissione andata in onda sull’emittente siciliana Telecolor. «Non mi scuso», va ripetendo: «Non ci penso affatto e non mi dimetto».
Bartolozzi: "La magistratura è un plotone d'esecuzione, col sì ce la togliamo di mezzo"
Nel tardo pomeriggio il ministro, a denti stretti, dà il via libera a un comunicato che la sua capo di gabinetto decide di affidare all’agenzia Ansa. L’ok arriva controvoglia, scegliendo per così dire il male minore. Sapendo però che questa nota non accontenterà le richieste insistenti di Meloni. D’altronde, «Bartolozzi deve tenere a freno la lingua», è una delle considerazioni che ieri mattina circolavano in ambienti di governo. Alla fine la zarina di via Arenula non si scusa, anzi rilancia: «Il riferimento al plotone di esecuzione alludeva allo stato di assoluta prostrazione in cui si trova chi sa di non aver commesso nulla di male, esattamente come colui che, postovi davanti, poco o nulla può fare per difendere la propria vita».
Una precisazione che tuttavia non piace a chi è impegnato in questa campagna referendaria. Basti pensare a Forza Italia, che nel nome di Silvio Berlusconi, si sta giocando la partita anche in vista delle prossime elezioni politiche. E infatti ecco il capogruppo azzurro alla Camera Paolo Barelli scaricare la zarina con un «Bartolozzi chi?». Ed è lo stesso sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano a qualificare come «infelice» la frase della capo di gabinetto. Decisioni drastiche, però, non sono sul tavolo, e lo stesso Nordio chiarisce che Bartolozzi «non deve dimettersi». Almeno per ora. Nulla toglie che in caso di sconfitta, in ambienti della maggioranza, si possa andare alla ricerca di un capro espiatorio.
Ufficialmente dalle parti di Fratelli d’Italia il tentativo è comunque quello di minimizzare e blindare, almeno per ora, la capo di gabinetto. «La vicenda è stata ingigantita», taglia corto il responsabile organizzazione del partito Giovanni Donzelli. «Andare sul merito della riforma non sul contorno di polemiche», è l’invito di Mantovano. Ma a palazzo Chigi la tensione è ancora alta e c’è chi tira fuori il codice di comportamento del personale del ministero della Giustizia, secondo cui un capo di gabinetto, prima di parlare in pubblico, deve essere autorizzato. E così non sarebbe stato.