Il tavolo sull’Iran non si farà. Ma la tavola della Camera è affollatissima. Nel giro di sei ore, la premier monta e smonta un “tavolo di confronto a Palazzo Chigi” con l’opposizione, per discettare della guerra nel Golfo e dei ricaschi sciagurati sull’economia italiana. È una mossa che la stessa presidente del consiglio lancia e archivia tra la replica in Senato e quella a Montecitorio: buona per i tiggì, per passare da mediatrice e spostare il dibattito dall’accusa principale che le rivolge la sinistra, essere a rimorchio di Trump. I parlamentari, di maggioranza come di opposizione, da subito non credono molto alla praticabilità dell’offerta. E infatti, mentre nell’emiciclo della Camera parlano i leader, affollano intanto la “tavola artigiana”, una degustazione di Confartigianato, richiestissimi i ravioli ossobuco e formaggio. È l’unico tavolo attorno a cui convivono destra e sinistra.
Quello istituzionale non si farà. Era stato un pezzo di Pd in realtà a lanciare l’idea. Lorenzo G…
Il tavolo sull’Iran non si farà. Ma la tavola della Camera è affollatissima. Nel giro di sei ore, la premier monta e smonta un “tavolo di confronto a Palazzo Chigi” con l’opposizione, per discettare della guerra nel Golfo e dei ricaschi sciagurati sull’economia italiana. È una mossa che la stessa presidente del consiglio lancia e archivia tra la replica in Senato e quella a Montecitorio: buona per i tiggì, per passare da mediatrice e spostare il dibattito dall’accusa principale che le rivolge la sinistra, essere a rimorchio di Trump. I parlamentari, di maggioranza come di opposizione, da subito non credono molto alla praticabilità dell’offerta. E infatti, mentre nell’emiciclo della Camera parlano i leader, affollano intanto la “tavola artigiana”, una degustazione di Confartigianato, richiestissimi i ravioli ossobuco e formaggio. È l’unico tavolo attorno a cui convivono destra e sinistra.
Quello istituzionale non si farà. Era stato un pezzo di Pd in realtà a lanciare l’idea. Lorenzo Guerini, ala riformista, ne aveva discusso lunedì della scorsa settimana con il ministro della Difesa, Guido Crosetto, il quale ha girato la proposta alla premier. Meloni però l’ha scodellata ieri in Aula senza avvertire nessuno degli interessati, da Schlein a Conte a Bonelli e Fratoianni. Dando così l’idea all’opposizione che fosse un’operazione solo mediatica, per indirizzare una tribolata giornata parlamentare. Crosetto, prima del nulla di fatto, confidava ancora di sperarci: «Ci attacchino sul referendum, ma su questi temi bisognerebbe essere compatti, non ho mai visto un periodo così». Antonio Tajani intanto se la prendeva con Pedro Sanchez, il premier spagnolo: «Parla tanto, ma poi le basi agli Usa gliele dà. Non credo che Trump e Netanyahu siano terrorizzati da lui…».
Al netto dei vannacciani, la destra approva la sua risoluzione in Parlamento. Ma non mancano distinguo e bizze sottotraccia. FI si è dissociata dalla premier sull’unanimità in Ue, chiedendo modifiche. La Lega ha preteso che dal testo della coalizione sparisse un riferimento esplicito alle sanzioni alla Russia, che Salvini vuole archiviare. Nella risoluzione di dicembre, in vista di un altro summit Ue, si impegnava l’esecutivo a «continuare ad agire nei confronti della Federazione Russa ricorrendo a tutti gli strumenti della diplomazia incluso quello sanzionatorio». In quella votata ieri c’è scritto che vanno mantenuti i generici «strumenti in essere». Stop. Claudio Borghi in Senato gongolava: «Ce l’ho fatta». È un cortocircuito, per FdI. Perché Meloni, nella pausa dei lavori parlamentari, ha partecipato alla call del G7 sull’Iran, in cui si è trovata d’accordo con Macron sul punto: le sanzioni a Mosca non vanno allentate. Nella tele-seduta, la premier è stata salutata affettuosamente da Trump. Il presidente francese ha appoggiato la sua proposta di un tavolo dei Grandi allargato ai paesi del Golfo bersagliati da Teheran. Resta invece la distanza tra Roma e Berlino sulla scorta navale per i mercantili a Hormuz, proposta che l’inquilino dell’Eliseo ha rivendicato, ammettendo però che ora non ci sono le condizioni. Per Meloni serve invece prima una chiara de-escalation: intervenire ora, significherebbe andare in guerra. Nella call, la premier si è mostrata preoccupata, chiedendo «che l’attuale volatilità non si traduca in effetti strutturali sulla crescita economica».
Poi il ritorno in Parlamento, dove il clima si è arroventato nel finale. E ai cronisti sulle tribune non sfugge una risposta della premier, che è una battuta, ma anche un piccolo sfogo: «Mi auguro che nella prossima legislatura lei sarà all’opposizione», la provoca Benedetto Della Vedova. La premier sorride e replica così: «Lo spero anch’io».