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All’alba via da Erbil i primi 70 militari italiani. Lite nel governo su Mosca

Via subito metà contingente, manterremo 50 unità. Richiamo del Colle a tutelare le missioni: il governo non smobilita
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ROMA – All’alba di oggi in 70 lasceranno Erbil. Decisione del ministero della Difesa. Via terra, su convogli che risaliranno il Kurdistan iracheno. Di fatto, dopo le bombe di mercoledì sera, il contingente italiano a Camp Singara sarà dimezzato. Erano 141 i soldati fino alla scorsa notte. Non sarà però una smobilitazione. La discussione nel governo è stata tribolata, ci sono vite di mezzo. La Lega preme: via tutti. Pure dal Libano, se necessario. Tra i ministri titolari del dossier da 48 ore si fanno valutazioni diverse. Il tema dei contingenti in Medio Oriente è stato naturalmente al centro del Consiglio supremo di difesa riunito ieri mattina al Quirinale. Nella nota diffusa dal Colle, si fa esplicito riferimento alla «tutela dei numerosi militari italiani presenti in quelle aree», parlando di «missioni in atto e già autorizzate dal Parlamento». Un richiamo che in ambienti governativi traducono così: si possono ridimensionare i contingenti, ma nel rispetto delle missioni internaziona…

ROMA – All’alba di oggi in 70 lasceranno Erbil. Decisione del ministero della Difesa. Via terra, su convogli che risaliranno il Kurdistan iracheno. Di fatto, dopo le bombe di mercoledì sera, il contingente italiano a Camp Singara sarà dimezzato. Erano 141 i soldati fino alla scorsa notte. Non sarà però una smobilitazione. La discussione nel governo è stata tribolata, ci sono vite di mezzo. La Lega preme: via tutti. Pure dal Libano, se necessario. Tra i ministri titolari del dossier da 48 ore si fanno valutazioni diverse. Il tema dei contingenti in Medio Oriente è stato naturalmente al centro del Consiglio supremo di difesa riunito ieri mattina al Quirinale. Nella nota diffusa dal Colle, si fa esplicito riferimento alla «tutela dei numerosi militari italiani presenti in quelle aree», parlando di «missioni in atto e già autorizzate dal Parlamento». Un richiamo che in ambienti governativi traducono così: si possono ridimensionare i contingenti, ma nel rispetto delle missioni internazionali. E degli impegni con gli alleati. Non a caso un nucleo di una cinquantina di soldati dovrebbe restare in Iraq. Così come i mezzi dislocati in zona. Solo se la situazione si aggravasse ulteriormente, scatterebbe l’evacuazione totale. Comunque «provvisoria».

Non è un ritiro né uno smantellamento, conferma il generale Giovanni Maria Iannucci, il comandante operativo di vertice interforze. «Porteremo via il personale non essenziale. Non abbandoneremo certamente l’Iraq - il succo dell’intervista di ieri al Tg3 - Laddove abbiamo portato via il personale era perché non c’era possibilità di operare. Rimangono in numero ridotto, ma rimangono».

Il processo di alleggerimento è partito a ridosso dell’attacco di Usa e Israele contro l’Iran. Si è via via intensificato. Nell’area direttamente coinvolta dalla crisi in Medio Oriente, prima del conflitto erano dislocati 2.576 militari, ora quasi 500 sono stati riposizionati, da ultimo con la manovra di stamattina. È attenzionato anche il Libano, dove sono impiegati 1.300 italiani nella missione Unifil: a Shama, Al Mansouri e Naqura, a ridosso della “blu line” tormentata dal conflitto tra le milizie di Hezbollah e le truppe israeliane. I 106 operatori civili sono già stati rimpatriati. Per i militari è pronto da giorni un piano di esfiltrazione, che per adesso è congelato. Ma una nave della nostra Marina è in zona, pronta a ogni evenienza. Tutto avverrà d’accordo con le Nazioni Unite, dicono dal governo. Il segretario generale dell’Onu è a Beirut: le attuali regole d’ingaggio sono tarate sulle presenza dei caschi blu nell’ambito di una missione di pace, ma il confine si è nuovamente trasformato in una polveriera. La missione scade a fine anno. Se dovesse tramontare l’idea di un’altra missione Onu con diverse regole di ingaggio, l’ipotesi più accreditata è la nascita di missioni bilaterali, a supporto delle forze libanesi.

Sopra le mappe militari del governo, affiorano le bizze politiche. Dopo la mossa Usa, la Lega insiste per «riprendere» a livello europeo l’importazione di gas e petrolio dalla Russia. «Non è un regalo a Putin, ma è interesse nazionale», sostiene il Carroccio. Dalla cerchia di Meloni fanno sapere che non c’è alcuna mossa alle viste, in questa direzione. Anzi, Putin si è già sin troppo avvantaggiato dalla crisi in Iran. Al prossimo Consiglio europeo sarà discusso un nuovo pacchetto di sanzioni a Mosca: ci sono già le bozze di conclusioni. Al netto di Salvini, il governo italiano è in linea col blocco di testa dell’Unione, Francia inclusa. Anche Forza Italia si smarca, per bocca del ministro dell’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin: «La Lega? Io non parlo da segretario di partito, parlo da ministro. E quindi da ministro dico quale è la posizione del governo italiano, dobbiamo tenere i due livelli ben distinti».

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